VII

Una mattina, verso la metà del mese di Maggio, Ludovico venne a destarmi ad un'ora insolita. Ero tornato dal Circolo verso le sei e stavo dormendo il primo sonno, con quello spossamento opaco ed esausto che lascia in tutte le vene l'agitazione del gioco, il fumo addensatosi nelle sale chiuse, verso l'alba, quando i carri degli erbivendoli già percorrono con fragore le strade che si risvegliano.

— Che novità, Ludovico? — gli domandai, cercando di spalancare gli occhi assonnati.

— C'è di là un signore che insiste per parlarle.

— Diavolo! a quest'ora?

— Sono quasi le dieci, signor conte.

— Bene, chi è? che vuole? Non gli hai detto che stavo ancora dormendo?

— L'ho detto, signore, ma insiste. È un forestiero; dice che ha bisogno di vederla. Poi non lo comprendo bene, parla in un certo modo l'italiano!

— Ti ha detto il suo nome almeno?

— M'ha dato il suo biglietto da visita.