Edoarda me lo raccontava con indulgenza, pregandomi di non volerne a quel povero amico, geloso e fedele come un vecchio cane. Egli le aveva fatte le medesime scene, in un modo più dolce ma non meno accanito. Vivendole accanto quasi ogni giorno, egli aveva potuto studiare, più sopra di lei che sopra di me, le alternative del nostro amore, fin dai primissimi segni, ed era difficile ingannare quel cuore attento. La sua certezza ormai era indiscussa, e ne soffriva profondamente, come d'una propria sventura. Gli uomini, anche i migliori, hanno sempre una parte del loro innato egoismo che non riescono del tutto a soffocare.

[pg!371] Fabio, il quale si era sentito capace di rinunziare alla sola donna che avesse davvero amata, per ottenere la sua felicità dandomela in isposa, Fabio ch'era stato il suo consolatore con la dolcezza di un fratello, e che aveva sopportato quel matrimonio con il De Luca pur di saperla finalmente accasata e tranquilla, Fabio, che nel seno della famiglia nuova si era serbato il posto del consigliere, del confidente, come colui che conosceva tutti i segreti antichi, ora non poteva rassegnarsi a veder tornare verso di me, per la via del peccato, questa donna intangibile, quest'anima pura ch'egli aveva collocata al di sopra d'ogni altra, in un paradiso d'idealità.

Egli si ostinava sempre a rivedere in lei la fanciulla di un tempo, quella soave incarnazione di sentimento e di fragilità, senz'accorgersi che una donna era fiorita vicino all'altra, viva e trepida, piena di desiderii forti e di sensualità nuove. E non perdonava nè a me nè a lei quel passo che avevamo compiuto, senza chiedere — per così dire — il suo consenso, mostrando invece che, dopo averlo tenuto per indispensabile, ora lo consideravamo quasi per il nostro primo nemico. In fatti eravamo forse un poco ingiusti: quell'anima buona era tanto vissuta per noi. Senza volerlo, egli contribuì alle ciarle che di quest'avventura si fecero, poichè purtroppo le precauzioni e le scaltrezze a ben poco servono.

In Roma se ne parlò, anzi se ne parlò assai; ma c'è una specie di solidarietà mondana che salva sempre i mariti dal conoscere queste cose. I begli spiriti concludevano, — come in séguito mi venne riferito:

«È naturale: doveva inevitabilmente finire così!»

Infatti le cose illogiche paion sempre naturalissime al mondo. Edoarda era un'amante squisita; pareva che fosse nata apposta per ingannare un marito, e nessuno avrebbe mai potuto supporre che tanta scaltrezza si annidasse in quella sua testolina di bimba delicata e sentimentale. Vi sono molti fiori che, quando si aprono, sono assai diversi dal bòcciolo che li nascose.

Ella sapeva eludere tutte le sorveglianze con una [pg!372] maestria veramente ammirevole; aveva trovato vari modi per potermi scrivere quando non era lecito vederci, e gli avvenimenti più disparati le offrivano il mezzo di preparare un nostro incontro. Non le feci mai visita in casa, per un certo rispetto verso noi stessi, ed anche verso il marito, il quale mi usava moltissime cortesie. Ma non evitavo di andarli a trovare in palco nè di sedere alla lor tavola, quando c'incontravamo ai tè del pomeriggio. Il De Luca del resto non apparteneva punto alla stirpe dei mariti bisbetici od importuni; subiva molto il fascino della moglie e non avrebbe saputo concepire su di lei un benchè minimo sospetto. Fabio ci dava più molestie assai. D'altra parte il barone passava le sue giornate in mezzo ai cavalli e sui terreni d'allenamento; spesso lasciava Roma per seguire le diverse riunioni ippiche. Quei giorni d'assenza erano la nostra felicità.

Una volta, alla vigilia d'una di queste partenze, ricevetti da Edoarda un biglietto, in cui m'avvertiva che il giorno dopo sarebbe stata libera fin dal mattino, e voleva che si facesse una gita fuor di Roma, per visitare una certa locanda di campagna dove ci eravamo incontrati una volta, molti anni addietro. Mi dava tutte le indicazioni opportune; dovevo prendere un treno del mattino, poi attenderla alla stazione d'arrivo. Questa era certo una temerità, sebbene in vicinanza di quel paesello vivesse un'amica sua, la stessa che ci aveva servito di pretesto la prima volta.

D'altronde si era verso la metà di Giugno e pochi si sarebbero avventurati a far escursioni per quella calura.

Una gioia fanciullesca empì le anime nostre quando c'incontrammo, ed a noi parve di trovare le delizie insolite nelle cose più semplici, come ad esempio quella di mangiar abbastanza male ad una tavola rusticamente imbandita, e passeggiare sotto un sole di canicola cercando affannosamente la frescura dei boschi e il refrigerio delle fontane, andandoci poi a rinchiudere in una camera di locanda, ove c'era un immenso letto di noce rôso dai tarli, con sopra, sulla parete, il quadro della Vergine Addolorata, [pg!373] che aveva tutto il seno aperto per ostentare un cuore d'inverosimile grandezza, cinto d'un'aureola e trafitto da una spada. Era una camera linda, non senza un'ostentazione di lusso campagnolo, vasta, con mobili grandi, e v'erano — cosa orribile! — sul caminetto, ai lati d'una pendola ferma, due vasi di fiori modellati nella cera e protetti da una polverosa campana di vetro.