Ma ella si ritrasse con un moto repentino e disse in fretta:
[pg!34] — Vieni, la zia ci attende.
Infatti, nel solito angolo della sala, sprofondata in una immensa poltrona, la zia di Edoarda lavorava come sempre alle sue cuffie di lana.
Whisky, il piccolo terrier dal musetto bianco e nero, le sonnecchiava davanti, sopra un cuscino. Quando mi vide, balzò diritto e mi corse incontro saltellando, abbaiando forte.
— Whisky, piccolo Whisky!... Come va? come va? — feci allegramente, per nascondere la mia confusione. Ma Whisky si arrampicava su le mie gambe, mi grattava le scarpe, urlava tanto, che dovetti prenderlo in braccio e carezzarlo affinchè si quietasse. La zia di Edoarda, una vecchia signora corpulenta e piena d'infermità, mi accolse in un modo appena urbano.
Cosa dissi non saprei; una confusione sciocca di parole e di fatti: quel mio malessere continuo, la febbre, l'arrivo di un amico da Palermo, l'incidente spiacevole con l'Albanese, lo scontro «e poi, di nuovo, ieri, tutto il giorno, tutta la notte, l'emicrania...»
Edoarda, seduta, immobile, pareva esaminasse ogni mio gesto, ingoiasse con amarezza ogni mia parola. Poich'ero assai confuso, Whisky sopra tutto m'interessava, con le sue comiche impertinenze, con le sue capriole sui cuscini, vispo come un furetto.
— E cosa faceva in questi giorni il piccolo Whisky? — io dicevo, schioccando le dita per provocare la sua vivacità.
Di sfuggita, nel frattempo, consideravo Edoarda. Mai come in quel giorno ella mi parve stremata. Il lungo pianto le aveva devastata la faccia.
— Mi ha detto il cocchiere, — profferii timidamente, per interrompere il gelido silenzio — che uno dei cavalli zoppica. Dopo colazione bisognerà che lo andiamo a vedere.