— Tu sei una sciocca, Edoarda! — rispose la zia, eccitandosi. — Dovrò pure parlar io, visto che tu taci.

— Zia, ti prego! — supplicò di nuovo Edoarda con le lacrime agli occhi.

— Ebbene, sia! Non parliamone più. Cercate, se vi riesce, di sbrigarvela a modo vostro; io, dopo tutto, non c'entro.

E riprese le sue cuffie di lana, borbottando a voce bassa, e tratto tratto inforcandosi meglio sul naso gli occhiali visibilmente appannati.

— Ho già troppi malanni addosso e non voglio farmi cattivo sangue per voi. Ma tu sei una sciocca, povera Edoarda! Ohè, Whisky, lascia dunque il mio gomitolo! Whisky, qui!

Nel frattempo io camminavo a passi concitati per la sala, mostrando il mio malanimo, e credendo che la migliore saggezza fosse il tacere. Whisky, lasciato il gomitolo, mi saltellava dietro le calcagna, esortandomi a giocare con lui.

Finalmente il domestico annunziò la colazione, dove la vecchia signora non era mai di cattivo umore, sebbene prima s'inghiottisse tutta una spezieria di medicine.

Quando fummo seduti a quella tavola, il mio pensiero corse involontariamente alla piccola sala da pranzo dai tendami di broccato rosso e dalle grandi scansìe, con l'effige della trisavola campeggiante su la parete; alla sala dove la sera prima Elena ed io avevamo desinato fianco a fianco, nella piena solitudine del nostro amore. Un paragone involontario mi si affacciava nel pensiero tra quella superba immagine di donna, esprimente in [pg!37] ogni sua forma l'impetuosa gioia di vivere, la felicità di sentirsi amata, e quella povera faccia, logorata per il troppo soffrire, in cui vagavano due grandi occhi cerulei con uno sguardo pieno di smarrimento.

Ero lì, ma l'anima correva lontana. Sognavo; ad occhi aperti sognavo.

... e la risata di Elena empiva la piccola stanza dall'addobbo severo, che a quella voce limpida pareva risvegliarsi come da un letargo antico e lasciarsi a poco a poco invadere dalla nostra giocondità. Ridevano intorno i vetusti arredi, portati lì dal palazzo dei Materdomini, che avevo dovuto vendere l'anno prima per causa de' miei dissesti, ad uno speculatore straniero, e persino rideva dal quadro annerito l'arcigna e barbuta mia trisavola (Agnese Caterina dei Guelfo di Materdomini), la quale provocava l'ilarità di Elena, specialmente per la struttura del suo naso e la lunghezza delle sue dita.