La zia tentennò il capo, guardandola: trasse un lungo sospiro e mormorò:

— Benedetta ragazza! benedetta!

Edoarda non cessava tuttavia dal circondarmi di tante piccole premure. Senza volerlo, come in forza d'una abitudine antica, il suo sguardo ricorreva sempre alla mia persona, temendo che potessi avere un desiderio qualsiasi, o che alcuna cosa non fosse abbastanza curata per me. Faceva segno al domestico di versarmi vino se appena [pg!40] il mio calice era vuoto; una volta, non avendo più pane, feci atto di domandarne: rapida, ella mi diede il suo pane, intatto — e sorrise perchè le sorrisi.

Mi salì nella mente una frase che un giorno le avevo scritta:

«La tua anima è come una lampada votiva: non si stanca mai di ardere, tutelando la mia pace».

Questa immagine funeraria non mi era mai sembrata così vera come in quel giorno.

Parlammo ancora, di cose non gravi. A poco a poco la zia, commossa dalle mie gentilezze, dimenticava di essermi ostile, con la solita indulgenza del suo carattere. Anche Edoarda pareva un poco sollevarsi dalla sua prostrazione, e Whisky, accucciato su le mie ginocchia, di tanto in tanto faceva capolino col musetto su l'orlo della tavola per lambirmi l'orlo del piatto; se io ridendo lo battevo leggermente, allora mi fissava con impertinenza e mi abbaiava contro, quasi maravigliandosi della mia tracotanza.

Dall'insieme di questi e d'altri piccoli fatti compresi come un poco di destrezza e di buon volere da parte mia sarebbero stati più che sufficienti a riparare senz'altro l'accaduto. Ma questo pensiero mi dispiacque, poichè vedevo per esso come tutti eran ancor lontani dall'ammettere la possibilità della mia scomparsa da quella casa, ove, allo spirare d'un lutto, avrei dovuto entrare, fra un'allegrezza di sponsali, riaprendo a conviti e feste le sale da lunghi anni taciturne.

La colazione era finita. Edoarda si levò in silenzio, andò a prendere le sigarette che amava comprarmi e scegliermi ella stessa; portò anche una scatola in cui erano alcuni sigari prelibati: me li offerse tacitamente, senza guardarmi, però mettendo una infinita cura nel toccare le cose che per sua volontà mi appartenevano, cose che adoperavo io solo. Erano le scatole mie: nessuno le doveva nemmeno aprire. Per gl'invitati ve n'erano altre; anche il domestico lo sapeva, e guai se non ne avesse tenuto conto! Così, quand'io venivo, Edoarda faceva [pg!41] ella stessa il caffè, in una macchina di rame a filtro, e c'erano per lei e per me due piccole chicchere uguali, d'una porcellana tenue come la madreperla. Quelle servivano per noi, solo per noi.

La zia, siccome beveva troppo caffè, aveva una sua chicchera più grande.