E così fu pure quel giorno, per un tacito volere di Edoarda.
La zia poi tornava nella sala, fra le braccia della sua vasta poltrona, e bisognava lasciarla tranquilla per qualche ora. Sorbiva con delizia un bicchierino di liquore, due talvolta, poi pretendeva di leggere un giornale, a diritto, a rovescio, finchè le scivolasse di mano, — e s'addormentava.
C'erano, dopo il salone, due sale minori e contigue, di cui la prima conteneva una rarissima collezione di statuette di Saxe e di bronzi antichi, l'altra, secondo il volere di Edoarda, era la nostra — esclusivamente nostra. Colà passavamo lunghe ore del giorno e della sera durante i pisoli della zia, la quale talvolta, svegliandosi di soprassalto, chiamava con voce grossa:
— Edoarda! non dormo, sai... Potreste anche venire di qua.
Ma era inutile muoversi, perchè avevo spiegato a Edoarda che si trattava semplicemente di un sogno fatto ad alta voce, una frase che la zia per abitudine aveva imparato a dire anche dormendo.
Quel giorno, quand'ella fu nella sua poltrona, fra le cuffie di lana per «I Figli della Provvidenza», il suo bicchierino ed il giornale, noi scendemmo a visitare il cavallo.
Whisky ci seguiva saltellando e scodinzolando.
Nella scuderia Edoarda staccò ella stessa il cavallo malato, poi lo condusse fuori nella corte, ove il cocchiere lo prese a mano per farlo muovere, al passo, al trotto, davanti a noi. Era un superbo irlandese, dal mantello sauro focato, con le zampe calzate di altissime balzane.
[pg!42] — Povero Good Bye! Vedi come zoppica! — esclamò Edoarda.
Lo feci fermare, gli sollevai la zampa, esaminai lo zoccolo, feci scorrere le dita, premendo lungo i tendini del garretto, e l'animale non dava il più piccolo segno di dolore.