Il suo volto era passato per un'alternativa continua di sentimenti; ora mi fissava, quasi per scrutarmi nel più recondito pensiero.
E intanto, come spesso avviene, mentre si elabora un'idea, dietro, nei recessi della mente, un'altra nasce, luminosa, imprevista, per risolvere la difficoltà contro la quale ci dibattiamo. Parlando, il mio pensiero andò, non so come, verso le mie campagne di Terracina, su cui scadeva di lì a poco una certa ipoteca dei Rossengo di laggiù; rimedio gravoso e miserevole frapposto all'imminenza della mia rovina. Avrei dovuto recarmi colà, in cerca di un ripiego qualsiasi, poichè non avevo il denaro per estinguerla. Orbene, perchè non valermi di un tal pretesto per abbandonar Roma con Elena, e di laggiù forse avere il coraggio supremo che non avrei mai trovato davanti al suo dolore? Ecco: l'idea mi parve semplice, piana, gioconda. Stupii di non averla immaginata prima, e con tutte le mie forze m'apparecchiai a dimostrarle man mano questa necessità.
— Non mi credi? — ripresi. — Non mi credi ancora? Ebbene, domandalo a Fabio Capuano. Egli era presente. Credi a lui?
[pg!48] — Vorrei credere a te solo, se potessi.
— Ecco il male. Non c'è quasi amicizia fra noi. Purtroppo sei sempre così piena di sospetti!
— Oh, non lo dire! Tu sai...
— Certo, certo, so che tu sei buona, infinitamente buona con me. Solo, mi vuoi forse troppo bene per poter essere la mia amica. Quante volte ne ho parlato con Fabio! Egli stesso, vedi, mi trova mutato; dice di non più riconoscermi.
— Questo è vero, sai!
— Sì, è vero, pur troppo. Mi s'infiltra nelle vene talvolta una immensa ed oscura tristezza... sento il bisogno di essere solo, di non amare più nessuno, di allontanarmi da tutti... Che so? mi sembra una malattia.
Ci eravamo seduti, m'accarezzava le tempie, la faccia, con indulgenza, con pietà.