Un sorriso d'evocazione trasfigurò il suo pallore; le sue ciglia si abbassarono; la sua faccia si compose in una specie di bellezza immateriale.

Soltanto allora compresi che nella piccola stanza tutelare una grande anima compiva la sua rinunzia suprema, e per un senso inesprimibile di paura ebbi quasi bisogno d'inginocchiarmi, come davanti a tutte le cose che si vedono morire.

Un sole giocondo invadeva ora la stanza, traeva uno scintillìo di colori dalle coppe di cristallo, dalle cornici, dalle borchie dei mobili, suscitando qualche onda lucida per le stoffe delle tappezzerie, che avevano il colore indefinibile della rosa di gruogo. Allora finalmente una lacrima inumidì le mie ciglia, e mi chinai su quella povera bocca, su quella dolce anima ferita, per chiederle perdono con un bacio: — la confessione più triste che vi sia.

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VII

Quel brav'uomo pareva una botte in equilibrio sopra un cavalletto, e faceva uno sforzo penoso nel sollevare il braccio fino all'altezza del mento per carezzarsi un lungo neo ricciuto. Vestiva con panni di ruvida stoffa, non senza una certa pretesa d'eleganza; gli correva sul panciotto una catena d'oro, grossa d'un pòllice, con un pendaglio enorme, ch'era di corniola incisa. Molti anelli ornavano le sue mani villose, dalle unghie quadre, con i polpastrelli piatti. La sua faccia era quella d'un campagnolo, mediatore di grosso bestiame; aveva la bocca ignobile, sempre sorridente, con i baffi color tabacco, tagliati a spazzola; due piccoli occhi assai vivaci, un'epidermide lucente, rasa ogni giorno e screziata di reticole sanguigne. Per un'ironia della sorte portava il nome d'un uomo celebre: si chiamava Pietro Capponi, e godeva in Roma di una ben meritata notorietà, facendo l'usuraio.

Avevo l'onore di essere suo cliente già da molti anni, ed anzi mi accordava qualche predilezione.

Gli avevo scritto ed era venuto; sedeva davanti alla mia tavola, centellinando un bicchierino di vin Malaga, a sorsi brevi, da buon intenditore. La sua risata grassa faceva risonare la stanza.

— Dunque, signor conte, — egli diceva, stropicciandosi le mani, — la dama di picche ci ha traditi ancora una volta, a quanto pare!

— No, caro Capponi, questa volta non si tratta di dame, nè di picche nè d'altro colore. Si tratta d'un mutuo che mi scade fra pochi giorni e che vorrei liquidare sùbito.