— Bene, — feci, stendendomi con pigrizia in una poltrona, — avevi probabilmente qualcosa a dirmi?
Egli si fermò contro gli scaffali e prese a batterne i vetri con le nocche irrequiete.
— Già, certo... avevo qualcosa a dirti.
— Coraggio! issa fuori! — esclamai, ridendo.
— Sai, mio caro, — prese a dire con risolutezza — che ho inteso parlare di te in modo assai poco lusinghiero.
— Per bacco! — esclamai, rovesciandomi contro la spalliera; — non sarà la prima volta.
Egli venne a sedermi di fronte, su la poltrona che Pietro Capponi aveva sgombrata pochi minuti prima. Rimaneva [pg!53] tra noi la scrivania. Prese una sigaretta, si tolse l'occhialetto, e facendolo ballare fra due dita cominciò con dirmi:
— Devi sapere che a Roma non si parla d'altro: l'avventura di Guelfo, il duello di Guelfo, e tutto il resto che puoi facilmente immaginare.
— Non me ne curo, — dissi con indifferenza.
— Hai torto. C'è di che farti riflettere. Alcuni commenti mi sono spiaciuti per te.