— No, me ne guardo bene. Mi avete già data una risposta la quale vieta ogni ulteriore commento. Mi avete detto: «La mia vita passata non vi appartiene, come non appartiene a me sola... dunque non insistete, perchè inevitabilmente vi mentirei.» Questa frase risolve tutto; non insisto più.
— Ed è forse meglio per entrambi. Vi ho detta la verità fino al segno cui potevo giungere: non chiedetemi oltre. A me riesce più facile inventare una fiaba che risolvermi ad una confessione, perchè non amo intrusi nella mia vita intima ed inoltre ho più fantasia che memoria... Perdonatemi, la colpa non è mia!
Tutto questo ella diceva con indefinibile grazia, in una lingua straniera che usava con familiarità, sebbene vi risuonasse talvolta l'accento natìo, come in tutta la sua persona era segnato, puro e splendido, il tipo della sua terra ungherese.
— Via, Germano, — ella seguitò con maggiore dolcezza — perchè tormentarci? Perchè mi lascerete partire con un triste ricordo?
— Partire? — l'interruppi vivamente. — Ieri mi avevate quasi promesso che...
[pg!8] — Sì, ieri... Ma poi ho meglio riflettuto, e mi sono persuasa che devo partire.
— Non comprendo questa necessità. Voi siete libera, credo.
— Appunto perchè lo sono, e vorrei rimanerlo sempre, — rispose, con una leggera ombra nel viso.
— Temete forse ch'io divenga troppo indiscreto? che m'impadronisca troppo della vostra libertà?
— Non è per questo, Germano.