— Ed allora?

— La ragione è un'altra. Ve la scriverò dopo aver lasciato Roma. Per ora non mi domandate nulla, nulla, vi prego.

Il fuoco era quasi spento, la stanza semibuia, il rumore della strada reso fievole dalle folte cortine. Di quando in quando uno scalpitìo di cavalli sul lastricato, un crepitare della brage morente; nell'aria il profumo delle rose d'inverno, languida fragranza di fiori sbocciati senza sole; ed ella era seduta nella grande poltrona di cuoio dai foschi rilievi, co' due piedini sovrapposti, appena uscenti fuor dalla balza, le mani posate sui bracciuoli: tutta vestita di nero.

Da quando ella era divenuta «la mia amica», poichè amava ella stessa chiamarsi così, io vivevo nell'ardore di una febbre in cui erano gioie forse più acute che nella voluttà di possederla e tormenti più acerbi che nell'assoluta rinunzia. Sentivo confusamente che se fosse partita, se non avessi potuto più soffrire della sua presenza, mi sarei creduto per sempre incapace di accendere in me un altro desiderio, di esprimere un'altra ammirazione, di conoscere o di pensare un'altra bellezza, la quale somigliasse lontanamente alla sua.

Per questo le andai vicino, e dimenticando il fugace rancore le parlai quasi tremante.

— Non andrete via, — la pregai. — Non posso lasciarvi partire!

Mi guardò a lungo, mi porse la mano, ebbe un sorriso pieno di tristezza, mi disse:

[pg!9] — Anch'io vorrei forse restare, ma invece devo, devo andarmene via... — Poi soggiunse: — Ritornerò; verrete voi a vedermi... chissà!

— No, Elena: se partite questa volta, non ci vedremo più; mai più.

— Perchè mi dite questo? Anche la prima volta noi credevamo che sarebbe stato così, ed invece... La vita è tanto bizzarra!