[pg!56] Egli si fece grave; qualcosa di estremamente triste, quasi di solenne, pareva emanasse dalla sua persona.

— Io? proprio io ti debbo aiutare? — domandò con lentezza.

— Sì, tu solo. Sei amico d'entrambi ed hai un'anima così dolce, quando vuoi. Dille ciò ch'io non posso dire; abbi questo coraggio per me. Ti sarà più facile.

— Mi sarà più facile... E tu lo credi proprio? — egli domandò ambiguamente.

— Non ne dubito, Fabio. Tanto più che ormai ti ho quasi preparata la via. Le ho detto che da qualche tempo mi credo malato, che un mutamento indefinibile avviene in me, che tu stesso l'hai notato di sovente... Col pretesto dell'ipoteca su Torre Guelfa ho trovato il mezzo di lasciar Roma per alcuni giorni; di là ti scriverò, tu mostrerai la mia lettera, saprai tu come dire... Promettimi. Fabio!

— Mi chiedi una cosa molto grave; mi chiedi anzi una complicità che mi sembra iniqua.

— Fallo per me! Fallo anche per lei, te ne supplico!

Seguì un silenzio. Fabio riprese a camminare per la stanza, carezzandosi il mento con il suo gesto abituale. Anche la sua persona elegante, un po' fatua di sè, quasi cavalleresca, pareva incurvarsi con pena sotto la triste fatica di un simile pensiero.

Poi d'un tratto mi domandò:

— Partirai con l'altra, naturalmente?