[pg!77] Un giorno, — eran nel giardino dell'Asilo, d'autunno, quando i fiori appassivano tra l'ingiallire delle foglie, — il pastore venne di nuovo, più turbato, e le camminò lungamente a fianco, senza parlare.

Per la prima volta Elena lo guardò come si guarda un uomo. Il pastore si chiamava Miller; forse non aveva più di venticinque anni. I suoi capelli spiovevano biondi e ben pettinati fino alla piegatura della nuca, facendo come uno scalino sopra le spalle, un po' esili nella solennità dell'abito nero. Due chiari occhi morbidi gli splendevano sotto la fronte vasta, mitigando l'ardore della sua bocca troppo sensuale, che in alcuni sorrisi tradiva i segni di una forte volontà repressa.

D'un tratto il pastore, fermandosi davanti a lei, rigido, con il capo scoperto, mentre il sole gli dorava la fronte, ripetè la sua domanda:

— Non vorreste voi, Elena, dividere con me, nella mia casa e nella mia vita, quella missione di carità umana che mi è concessa da Dio?

Era un pomeriggio di sole; tutte le finestre del convento splendevano come raggiere; dal vivaio, le rose inclaustrate mandavano per l'aria dorata un profumo inebbriante.

Ed ella, forse perchè il turbamento di quella voce la invase, forse perchè il giovine era bello così, con la fronte nel sole, forse perchè il luogo, l'autunno, le foglie cadute, le infondevano un senso di commozione mistica, ella, senza riflettere un momento, promise di sì....

Ma tre giorni dopo lasciava l'asilo e la città ed il fidanzato, per correre lontano, in cerca d'altri destini. Ella compiva queste crudeltà involontariamente, senza più ripensarvi, perchè nella sua vita si era fatta un'anima di avventuriera e non sapeva bene intendere nè definire cosa mai fosse quel comune desiderio degli uomini, che li spingeva tutti a volerla, fosser anche d'animo puro e dolce come il pastore Miller o come l'amico Mathias, del quale aveva ora migliori notizie. Non era più così povero; un quadro esposto l'anno prima lo aveva reso [pg!78] noto, ed anzi, nei giornali parigini, aveva letti grandi elogi su di lui. Nell'ultima sua lettera egli le scriveva che si sarebbe recato presto a Berlino, perchè gli avevano data la commissione di un ritratto, e sperava di rivederla, dopo così lungo tempo. Rivedere Mathias!... Oh, certo, anch'ella vi sarebbe andata!

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Quando arrivò il suo treno, egli l'attendeva sotto l'atrio della stazione. Dopo tre anni, com'erano entrambi mutati! Ma parve ad entrambi che non fosse trascorso nemmeno un giorno. Si abbracciarono e non osarono baciarsi.

Mathias non vestiva più quegli abiti così dimessi; era più elegante assai, ma conservava sempre la medesima fronte pensierosa e quegli occhi un po' esaltati, quel suo triste pallore. Anzi era più pallido, e, camminando, una invincibile stanchezza gli traspariva da tutte le membra. Elena ebbe quasi vergogna di ritrovarsi così piena di forze, accanto a quel giovine che pareva estremamente sfiorito. Abitarono vicino; egli prese in affitto uno studio vasto, luminoso; ella, due piccolissime stanze ad un terzo piano. Elena in quei giorni non aveva denaro e non voleva certo vendere i pochi gioielli della madre. Allora Mathias gliene prestò; ma ella poi lo costrinse a riprenderlo quando appena potè ottenere alcune lezioni di lingue straniere. Mathias le disse tristemente: — Voi non mi considerate più come il vostro amico.... Gli altri uomini vi hanno insegnato a diffidare anche di me.