Quel Duvally era un uomo giocondo, garbato, salace, ricco di aneddoti; la corteggiava in modo amabile, con quella galanteria francese che piace alla donna, poichè la lusinga nella sua femminilità. Era inoltre un bell'uomo, con la bocca fresca, il labbro raso, i denti minuti e bianchissimi.
— Sapete, — le aveva detto un giorno, parlandole dell'Hohenfels, — questo Gambrinus è buono per cominciare. Ma poi ci vuole di meglio! D'altronde che bisogno avete di lui? Quando vi sarete risolta, basterà scrivermi una parola.
E con lui non era possibile offendersi, perchè aveva sempre una trovata spiritosa, una celia bizzarra, e pareva non ammettere alcun valore a coteste sue frasi. Egli diceva inoltre:
— Avete anche un pittore che vi fa il ritratto? Nulla di più opportuno. Bisognerà farvelo dare, perchè un bel quadro non è l'ultimo argomento di buon successo per un'attrice bella. Solo, mi raccomando, non troppo vestito, per Parigi... I pittori, qui, amano la stoffa; noi amiamo il nudo. Contraddizioni di razza, diversità di scuola: ecco tutto!
E partì su questa mezza intesa, mentre l'Hohenfels per proprio conto credeva prossimo il trionfo della sua laboriosa pazienza.
Fu la signora Gräfe ad annunziarle una sera, di punto in bianco, che l'Hohenfels le aveva dato incarico di condurla da una buona sarta, perch'ella si comandasse in tempo tutti gli abiti che occorrevano prima della imminente loro partenza.
Elena fece le sue maggiori maraviglie.
— Capirai, — le spiegò la Gräfe, — dovendo vivere a Parigi con un signore come l'Hohenfels, i tuoi abiti non sono abbastanza eleganti.
— Dovendo vivere?... con chi? — Elena interruppe, [pg!86] dando in uno scoppio di riso. — No, no! Ringraziatelo pure, ma ditegli che alla sarta provvedo io stessa! Credo, in verità, che ci siamo intesi male...
Questa volta la signora Gräfe perdette la pazienza.