— Credete ch'io partirò di nuovo?

— Lo credo; sì, lo credo. Anzi m'immagino che vi pensiate ogni giorno. Voi avete il destino degli erranti e non potete far altro che passare.

— È così, Mathias. Forse andrò via di fatti...

Aveva pochissime lezioni a quel tempo. Era il finir dell'estate; molte allieve indugiavano ancora nei luoghi di cura e di campagna. Faceva un calore insopportabile nelle vie di Berlino ed Elena si annoiava mortalmente.

Un giorno, con una risoluzione subitanea, scrisse al Duvally. Scrisse una lettera evasiva, raccontandogli ad un dipresso com'erano andate le cose con l'Hohenfels. Questi non tardò a rispondere, dicendo fra l'altro che, tempo addietro, egli pure le aveva scritto, ma senza ottener risposta. Ed Elena comprese che la lettera doveva essere caduta nelle mani dell'Hohenfels per mezzo della signora Gräfe. Il Duvally la incitava inoltre a perseverare ne' suoi propositi, e soggiungeva che presto avrebbe avuta occasione di recarsi a Francoforte. Perchè dunque non si vedrebbero? S'ella consentisse, avrebbe allungato il viaggio fino [pg!88] a Berlino per venirla a prendere, poi sarebbero tornati a Parigi insieme. — Ora, come rispondergli?

Certo nelle parole della ineffabile signora Gräfe c'era qualcosa di estremamente logico, di estremamente vero... Perchè sprecare la vita così? Era giovine, bella, desiderosa di vivere, l'avvenire poteva serbare per lei molte fortune imprevedibili. Tutta una sera ella rimase nella sua camera a sognare. Si guardò le mani: erano piccole, delicate, bianche... Certo si sarebbero sciupate, fra qualche anno, a forza di scribacchiar manoscritti e dover talvolta prepararsi la cucina da sè. Peccato! Si guardò anche nello specchio, attentamente, come non si era guardata mai. Sorrise a quel sorriso che dallo specchio la guardava. Si sciolse i capelli, e vide scendere una pioggia d'oro, di quell'oro delle medaglie antiche, trovate negli scavi, simile quasi al bronzo. Vi passò dentro le mani, a lungo, indugiandovi con voluttà. Si scoverse la gola, e rovesciando la testa all'indietro, le parve di sognare la bocca d'un amante che l'avesse baciata, lì, su la sua turgida gola... Di fatti era bella, bella come il quadro di Mathias! Le venne un pensiero fatuo, per la prima volta: «Perchè nessun uomo l'avrebbe mai veduta così, nessuno, tranne Mathias, ch'era per lei un fratello?» Ecco: la giovinezza passerà vanamente nell'insegnare le parole straniere ai bimbi cocciuti, le sue mani non saranno più così bianche, la sua bocca non più così fresca, nemmeno la gola così limpida... e tutto finirà senz'avere avuta un'ora di trionfo, come una rosa inutile che sfiorisse nell'eremo, dietro una rupe.

E di contro, la scena, il teatro, l'applauso, l'ora in cui tutti si leverebbero verso lei per gridarle ancora: «Parla!» Invece di pensare ogni giorno faticosamente al pane, d'improvviso, ecco l'ammirazione, il fasto, quasi la potenza; invece di andar nomade per tutte le strade, come in fuga davanti a sè stessa, ecco la possibilità di ascendere per una via trionfale...

Da ultimo non seppe che risolvere; scrisse al Duvally poche parole, dicendogli che lo avrebbe riveduto con piacere.

[pg!89] Ma quando fu la vigilia della partenza, poichè il Duvally sarebbe arrivato il domani o il doman l'altro, ella non potè più mantenere il secreto verso Mathias, e risolse di narrargli finalmente ogni cosa. Andavano, camminando a lato, verso le consuete solitudini. Era la prima sera di Settembre. Per l'aria quasi bionda navigavano larghe strisce di vapori turchini, d'una tenuità luminosa, che lentamente mutavano colore, salendo nel bianco firmamento, lassù, dove la festa del novilunio autunnale stava per essere celebrata con una magnificenza di stelle.

— Questa è l'ultima sera, Mathias... — ella disse lentamente, appoggiandosi al braccio dell'amico. — Domani vado via.