Quando è giunto a possedere la conoscenza, lʼuomo vede con elementare chiarezza come lʼinvenzione di un nuovo ballo e quella dʼuna metafisica nuova rappresentino pressʼa poco la stessa incongruenza. In questʼultima è il pensiero che cerca nuovi equilibrii, nellʼaltra è lo scheletro: ma in ogni caso, per dar valore allʼuna ed allʼaltra, bisogna cominciare con ammetterne lʼimportanza intrinseca, ossia dimenticare in entrambe la loro fondamentale comicità.
È difficile ritenere che un sistema filosofico, un libro di giurisprudenza od un poema epico siano cose molto più serie che il Byrigo–step.
Questo a noi «sembra», perchè siamo impigliati ancora dentro i nostri sistemi, i quali non son altro che piramidi e labirinti e circoli di lettere dellʼalfabeto.
Lʼápice dei sensi, che lʼuomo propaga fuori di sè, ha nome fantasia.
Ma per alcuni uomini viene un momento in cui la fantasia stessa, come un decrepito albero, sʼinaridisce. È stanca dʼinventare la bellezza delle cose che non ne hanno alcuna, è stanca di ammettere con dogmatica fede lʼimportanza di tutto quello che non è.
Si spegne.
Il colore vola via, dal mondo, come da unʼacqua morta il colore del sole che tramonta. Lʼinfinito si rabbuia e si ferma: è il crepuscolo, muore la fantasia.
Allora, sui nervi saturi, non hanno più vigore gli afrodisiaci spirituali che servono per propinare allʼuomo le innumerevoli menzogne della vita; e soltanto la comprensione dòmina su tutte le facoltà dellʼessere, la comprensione arida e sarcastica, il riso buio dellʼintelletto che ha sorpassato lʼideale.
Ma riesce assai difficile spiegare, a chi non lo provi, questo senso di fredda ilarità che allora comunica lo spettacolo del mondo. Riesce difficile, poichè, per intenderlo, bisogna disubbriacarsi, bisogna liberare il proprio cervello, i propri sensi, dal fumo di tutte le droghe artificiali che impediscono allʼuomo di essere formidabilmente semplice.
Il senso critico distrugge la vita.