Una sera presero il treno del Sempione. Per iniziarla subito alla galloria, le comprò dal giornalaio della stazione lʼultimo numero del «Frou–Frou».
Parigi, per la donna italiana, è come il sogno voluttuoso dʼun fumatore di hascisch. Tutte le donne del mondo possono, fino ad un certo segno, diventar Parigine. Tranne la tedesca, donna implasmabile, che dirà sino alla morte:—«Sceu suis un beu amoureuse de fous cet soir...»
Mancavano dodici minuti alla seconda ora del pomeriggio, sul meridiano di Greenwich, quando Max e Bluette discesero sul «quai de la Gare de Lyon».
Bluette entrò nella Capitale in un tassametro giallo; al primo quadrivio poco mancò non perdesse la dolce sua vita sotto un camione gigantesco, il quale si muoveva per le strade anguste soffiando e reboando come un ciclopico mammut.
Presero alloggio in una vecchia celebre locanda parigina, che si affaccia verso una strada napoleonica, e dove i corridoi sembravano le retroscene dʼun teatro di terzʼordine. Ma una cameriera dalla faccia di pomo, come le donne di Picardia, garbatamente le domandò: «A quelle heure faut–il envoyer un artiste pour onduler Madame?» Ella rispose: «Merci, bonjour!»—e si sentì felice come una Parigina.
Col naso in aria cercava per tutte le strade la Tour Eiffel. Quando la vide, capì finalmente che Parigi somigliava un poco alle sue cartoline illustrate. Parigi era una città come tutte le altre, un poco più grande, con la Tour Eiffel.
Quando Max le fece conoscere la famosa Rue de la Paix, ella si mise a ridere, come se Max volesse farle uno scherzo. Nella Place de lʼOpera il Protettore le disse che in quel momento ella si trovava nel centro del mondo. Bluette si guardò intorno stupefatta, con lʼaria di chi, stando su lʼEquatore, cerchi un segno qualsiasi che lo renda visibile. Ma i boulevards, di sera, le scompigliarono lʼimmaginazione. Dʼun tratto le parve dʼessere afferrata nel vortice dʼun immenso carrosello, e di girare, di girare, sopra un circolo senza fine, tra il carnovale dʼuna città ubbriaca, sopra veicoli di montagne russe che volassero in mezzo a baldorie di lumi. Guardava le donne, maravigliandosi che da vicino fossero alcune vecchie e brutte, ineleganti e povere; guardava i soldati repubblicani dai calzoni di porpora, pensando alle piume di gallo deʼ suoi bellissimi bersaglieri. Osservava gli squallidi ronzini delle vetture di piazza ed i grembiuli bianchi dei camerieri da caffè.
Si chiedeva per qual ragione illuminassero tutte le strade con trofei di parole incomprensibili, scritte sui muri, sui balconi e sui tetti; da un lato la testa dʼun cuoco, dallʼaltro il pancione dʼun adulto che si fa pungere lʼumbilico dallʼindice dʼuna modistina; e girandole di fiammelle, proiettori, cinematografi aerei, punti esclamativi, punti dʼinterrogazione, parole in tutte le lingue: «Maxima Maximum chez Dusausoy—Bouillons Maggi—le Matin sait tout—la Revue de lʼAlhambra—Rouli Rouli... Crémieux... Luna Park... habille bien—Le Matin... Michelin... Galeries... Polin... sait tout...»