Questa ridda le durò nel cervello per un paio di settimane; poi cominciò a comprendere che in tutto quel disordine vʼera unʼassoluta coerenza. Quale? Forse la più semplice: quella di essere Parigi.

Max in breve le fece conoscere tutte le persone più autorevoli della Capitale: Mimyss dʼHouby, «qui avait perdu son gant», ossia che aveva perduto i cinquemila franchi al mese del profumiere Houbigant; Florina–Bey, che aveva credito presso lʼAmbasciata Turca; Jennie–Minnie et Lélie, società in accomandita, della quale era gerente un emulo di Max, le vicomte Jean Pinai–Kennedy, che si chiamava Jean Kiki. Poi Boblikoff, ex–domatore dʼorsi, che adesso ammaestrava un paio di minorenni; Micaello, creatore di una «valse chaloupée»; Garcia Pois–lourd, o Garcia Poilu, boxeur deluso; Lucien–Lucienne e Pʼtit–Béguin, maschi a doppio senso.

Queste onorate persone andavano a pranzare nel Bar de la Grande Rouquine, donna che aveva un passato. Lì convenivano tutti, da Mimyss a Pʼtit–Béguin, oltre un buon numero di clubmen amici del forestiere, jokeys di cartello, che avevano qualche finish particolarmente piacevole o per Florina o per Minnie, polledre di razza; bookmakers, ballerini, dandys, nottambuli, disegnatori, spiritisti, compositori di couplets; critici dʼarte affiliati alla sifilide; consumatori di gin e di cocaina; adolescenti che parlavano con il senno della cassa da morto; compratori e venditori di gioielli ambigui; spadaccini che facevano il prestanome in tutte le faccende losche; principi del Caucaso e decorazioni del Missisipì; ex–maîtres–dʼhôtel, che, smessa lʼonorata marsina, campavano con molto garbo su lʼindustria del forestiere; professori di bigliardo, scacchi, puzzles e pattinaggio; poi tanti rimbecilliti quanti sia possibile trovare, per i quali, durante il pranzo e la cena, lo scorbutico tzigane suona il pezzo favorito.

Nel Bar della Grande Rouquine Mimi Bluette imparò molte cose. Prima di tutto imparò qualche frase dʼargot.

Max le aveva insegnato il «suo» francese; ma pur troppo dovette dimenticarlo.

Quando seppe lʼargot, Bluette comprese che ognuno di queʼ bizzarri tipi era coerente con il bisogno di campare la sua vita. Così ella perdette lʼidea provinciale che fosse quasi un furto, non il rubare, ma il farsi regalare per forza tutto quello che cʼè nel portafogli dʼun forestiero ubbriaco; lʼidea che Lucien–Lucienne o Pʼtit–Béguin fossero stomachevoli per quel poʼ di belletto che si mettevano su le guance, o Jean Kiki un farabutto perchè aveva una sessanta cavalli della marca Jennie–Minnie et Lélie, o la Grande Rouquine una vendicativa e temibile mezzana perchè aveva per amante un Commissario di Polizia.

Tutte sciocchezze!... Questa brava gente faceva prosperare il suo piccolo commercio, pagando le tasse al Governo e deridendo lo stupore dei buoni provinciali.

La Grande Rouquine, ogniqualvolta poteva parlare con Bluette a quattrʼocchi, le diceva con insistenza, mordendo il bocchino della sua lunga sigaretta russa: —Fi!... tʼes une gourde!

E questo: «Fi!... tʼes une gourde!» le sprizzava dalle sottilissime labbra come il fischio velenoso dʼuna bella vipera.

Bluette non sapeva cosa volesse dire «une gourde». Quando glielo spiegarono, guardò in faccia la Grande Rouquine con i suoi occhi attoniti e rotondi. Perchè «une gourde?»