—Plaque–le ce macaroni qui fait tant dʼesbrouffe! Tʼes assez bien fichue pour marcher sur tes pattes! Fi!... là!
Questo fu il consiglio della Grande Rouquine.
La Grande Rouquine era seccatissima di avere tanto seno quanto ne hanno per solito le quindicenni tubercolose. Aveva due cosce così lunghe da parere in piedi sovra due stampelle; una fisionomia di cera con due grandi occhiacci da gatto, verdi; poi quel suo cespuglio di capelli rossi che le ventava intorno alle tempie come un colore di malvagità. Aveva una voce fioca e sonora, bruciacchiata dallʼarsura delle sigarette russe. Dicevano che avesse tirato un paio di stilettate in vita sua, come sʼinfila un ago da calza dentro un gomitolo di lana.
Ma la polizia, per riconoscenza, le aveva permesso di aprire il Bar.
Limka, violino di spalla dellʼorchestrina zingara, il famoso Limka, tzeco delle Batignolles, era suo fratello; cioè figlio di sua madre.
Quanto al padre, nè Limka nè la Grande Rouquine nulla sapevano di positivo.
Un cugino di Limka faceva il Régisseur a Montmartre.
Gli raccomandarono Bluette.
Il Régisseur le mise un dito sotto il mento:—Faut achalander, ma poule!...
«Achalander? Achalander?» Neanche Max intendeva cosa volesse dire.