—Merci.

—A votre service, Madame.

Bluette uscì nella strada e cominciò a camminare. Faceva dieci passi da una parte, dieci dallʼaltra, ossia percorreva rasente il muro tutta la lunghezza della casa.

Di fronte, su lʼaltro marciapiede, il sole batteva con veemenza nella piccola vetrina dʼun orologiaio. La strada calma cullava i suoi radi passanti.

E camminò per mezzʼora, per unʼora, in su, in giù, lungo il muro, con gli occhi fissi or ad un capo or allʼaltro della contrada. Il suo tremante cuore dʼinnamorata non le batteva nemmeno più; non sentiva in sè che un principio di vertigine, anzi una piccola, intima, profonda ferita.

Poi, macchinalmente, risalì per le scale fino al pianerottolo dellʼammezzato, e benchè sapesse chʼera inutile, tuttavia si provò a suonare unʼultima volta.

Lo stesso rumore deserto ripercorse con velocità le stanze mute.

Scese, faticosamente. Uscì. Un timore illogico e tuttavia profondo assaliva il suo timido cuore.

Pensò: «Adesso torna.» E riprese a camminare lungo il marciapiede. Ma una stanchezza pesante imprigionava le sue caviglie da ballerina, come se, in tutte le giunture, avesse dʼimprovviso perduto il suo naturale miracolo dʼequilibrio e dʼagilità.

Quellʼassenza non poteva essere fortuita. Egli era uscito verso le nove del mattino, portando con sè le chiavi; adesso cadeva il tramonto; si vedevano i commessi arruffati, le sottili dattilografe dagli occhi stanchi rincasare con un senso di libertà lungo i marciapiedi che brillavano.