Egli allora la guardò. La guardò, pallidissimo, con gli occhi bui, perdendo il coraggio di offenderla. Poichè neʼ suoi chiari occhi aveva egli pure unʼanima, e non poteva impadronirsi dʼuna donna che piangesse.

Anzi una orribile vergogna lo sopraffece: mormorò a fior di labbro:

—«Excuse–me. Bliouette...»—E scomparve.

Scomparve.

Ella rimase a lungo su quel letto, fra il disordine deʼ suoi capelli, supina e tramortita.

In certi casi la bionda Caterina mancava di riconoscenza.

Quando Maurice, maggiordomo impeccabile, terminò di far passare attraverso il finestrino lʼultima borsa del suo numeroso bagaglio, mentre al segnale della partenza, il bianco treno della Riviera stiracchiava le sue lunghe vetture gremite, la sola cosa chʼella seppe dirgli furono queste parole insufficienti:

—«Ne plôrez pas, mon pôvre Maurice, pour la raison que ze mʼen vais... Qui sait quʼun zour ou lʼautre ze ne retourne!... Et puis, dans ce monde, il faut tout prendre avec un pé de philosophie!»

Maurice non piangeva: ma era veramente commosso e non poteva dimenticarsi lì per lì dʼavere calmati così a lungo i suoi nervi generosi col servirle in camera ogni sera una tazza di camomilla profumata.