Essa lʼaccoglieva, le veniva incontro con una sua città sfavillante, che pareva il giardino estremo di Parigi; eppure lì, davanti a quel porto, sul limitare di quel mondo, la vita cambiava colore.

Vʼerano ancora i sontuosi edifici dʼEuropa, le formicolanti corsìe, i viali percorsi da filari dʼalberi, gettati come larghi nastri sul pendìo delle colline; vʼerano ancora, di là dai sobborghi, le rotaie luccicanti, percorse dal fumo delle vaporiere. Ma ella sentì con lʼanima sua dʼinnamorata che in questa indomabile terra, in questʼAffrica ove cʼè ancora la distanza, ogni strada poteva chiamarsi veramente una strada, poichè tutte camminando si perdevano, svanivano, parevano andare non verso un luogo ma verso lʼinfinito, verso quel pericolo chʼè il solo confine delle strade:—la Distanza.

Bluette sʼincamminò dietro la gente che a lunghe ondate sʼincanalava per la scala montatoia. I suoi grandi occhi azzurri guardavano lo spettacolo della Jetée Kheïr–ed–Dine con una specie di cosciente sogno. Di là il mare continuava, con lampi di sole, verso lʼAffrica più lontana.

Ed era verso quellʼAffrica più lontana che la piccola ballerina di Parigi doveva inoltrarsi, portando il suo cuore lieve, ma intenso e profumato come la musica del My Blu. Era nel sole della grande Affrica barbara chʼella doveva immergere, come in un bagno estenuante, la sua carne incipriata. Ella pure, la piccola ballerina di Parigi, aveva un errante sogno da portare nel deserto, verso le montagne azzurre della Grande Kabylia, verso i fermi uragani di sole che devastano il Tropico senza tramonto.

Algeri, sollevata nel tremolio del grande incendio pomeridiano, sciorinava il suo bianco splendore su lʼanfiteatro del golfo, dalle cave del Marmo di Bab–el–Oued sino agli ulivi antichi dei giardini di Mustafà. Quasi verticale nello spazio, Fort–lʼEmpereur vegliava inespugnabile su quellʼimmenso ventaglio di edifici; la moschea di Djama–Djedid, lʼ antichissima di Djama–Kebira, le zauie di Mohammed–ech–Chérif, di Safir e di Sidi–Ramdane, raccoglievano in sè tutta la luce di quellʼaria maomettana, ove usurpavano cielo senza mandare un lampo le obese cupole cristiane di San Filippo e di Santa Croce.

Bluette guardò con lʼanima sua dʼinnamorata quel prodigio nuovo per i suoi occhi, mentre, un poʼ stordita, un poʼ ebbra, si lasciava portare dalle ondate di gente, fra cui suonavano le sillabe aspre del linguaggio arabo, le orientali cadenze, le sonorità impure del francese dʼAlgeria. Davanti aʼ suoi occhi ferveva con una specie di trepidazione solare lʼintensa vita marittima della capitale dʼAffrica, mentre, percorsa in ogni senso dalle fiumane di tutti i boulevards, la grande piazza del Governo, pavimentata di fiamma, brulicava, squillante, scintillante, sollevando nel rettangolo degli edifici ad archi la statua equestre del Duca dʼOrléans. Da un lato sʼalzavano come ruderi dʼuna fortezza di macigno i dirupi turchi del vecchio porto dʼAlgeri, gli spalti e le darsene che scoscendono lʼaspra isola dellʼAmmiragliato; di là correva, leggero come un nastro galleggiante, il molo di Kheïr–ed–Dine.

Egli pure aveva camminato su quellʼasfalto lampeggiante, aveva guardato Algeri splendere in una intensa nuvola di sole. Come lei aveva quasi rasentato gli scafi degli enormi transatlantici, le prore dei navigli da guerra, per scendere verso la stazione dellʼAgha, ove il treno di Orano attende lʼora di avventarsi, lungo i giardini dei sobborghi, nella grande Algeria.

E partì.

Partì con lʼanima sua dʼinnamorata verso lʼimmobile Affrica rossa, piena di silenzio e di vertigine, ove anche lʼanima sʼincendia in un terribile delirio di sole.