Partì.
Era un giorno gagliardo e scintillante: su tutte le cose immerse nellʼaria pareva che tremasse una invisibile maglia dʼoro. I giardini dei sobborghi bruciavano come incensieri, mandando larghe vampe di profumi tropicali. La città si dibatteva con fragore sotto la potenza incendiaria del sole. I cantieri dʼEuropa, le ciclopiche officine degli uomini bianchi, depredavano, pazze di fatica e dʼavidità, la ricchezza barbara del continente affricano.
Poi Algeri scomparve. Su la pianura immensa della Mitidja la velocità silenziosa del treno spargeva un insostenibile tremolìo. La piana di Algeri camminava, come un mare prosciugato, verso lʼazzurro Atlante di Blida. Il sole bruciava da venti secoli sul leggendario Sepolcro della Cristiana.
Bluette non parlava. Una tristezza grande, inesprimibile, un senso luminoso di sperdimento, pesava su la sua dolce anima.
Qui la distanza era veramente la Distanza. Qui le strade potevano anche non arrivare mai.
E si sentiva da lui più lontana che non le fosse mai sembrato nelle vie di Parigi, quando sʼincamminò. Il fascino dellʼAffrica la tormentava, le penetrava nellʼessere come una terribile magìa.
Poi cominciò a cadere il giorno. Fu per tutto lʼinfinito una veemente sollevazione di colori. Lʼanima delle cose rutilava; tutto splendeva; splendevano perfino i rumori.
Abbandonò il capo allʼindietro, chiuse gli occhi, sognò. Adesso era perduta; una irremissibile velocità la portava per lʼAtlante azzurro, fra tempeste di luce, verso il deserto disperato. Adesso non era più lʼinnamorata ballerina di Parigi, ma una piccola nomade in balìa dellʼinfinito, che andrebbe dove andavano le strade, senza potere forse mai più, mai più, giungere alla sua meta.
Ogni tanto, quasi per riafferrarsi alla realtà, metteva una mano fra le mani di Linette, che le stava presso, ed in silenzio lasciavano entrambe che il treno portasse nellʼesilio, nel grande pericolo della strada, la loro indifesa gioventù.