Finalmente sono riuscita ad essere «une étoile»; fra poco diventerò quello che a Parigi si chiama «une vedette», il che vorrebbe dire una stella di primissimo ordine. Denari ne avrei molti, se non me li avesse tutti sequestrati regolarmente il mio buon amico Max. Ma non importa, perchè la settimana ventura entrerò neʼ miei mobili, come si dice qui; ossia ho trovato un grande industriale che mi mette su casa e mi compera lʼautomobile. Se hai voglia di venire a Parigi, avvertimi súbito, che ordinerò al tappezziere una bella camera da letto, stile Liberty, ove dormirai bene. Ma, ti prego, non condurmi anche il maestro di scherma, perchè non saprei dove metterlo, e qui ne troverai di molto più eleganti che il tuo. Il grande industriale è uno fra gli uomini più ricchi di Parigi. Ha quarantasette anni; è vedovo; ha due figlie da marito, una vecchia amante in pensione che gli costa un occhio della testa; è ancora un bellʼuomo, tutto sbarbato, e pare un Inglese. Questa sera mi ha mandato un filo di perle attorcigliate al manico dʼun paniere dʼorchidee. Sono a cena col Direttore del mio teatro, un buon diavolo, sempre allegro, che mi protegge e che mi vuol bene. Addio; mammina; ti manda un bacio la tua

Bluette»


Il filo di perle del Grande Industriale fu la causa definitiva della rottura fra Max e Bluette.

In quella settimana di corse tutti i favoriti si facevan battere; non cʼera più mezzo dʼavere una buona informazione; Max perdeva un patrimonio ed era in debito con Jean Kiki. Voleva impegnare il suo filo di perle, come già le aveva portato via tutto il resto. Accadde fra loro una violenta scena domestica, ed alle tre di notte la videro giungere concitata nel Bar de la Grande Roquine. Tutti le si misero intorno. Bluette cominciò il racconto. Ma era prolissa.

—Enfin, ce collier?—diceva la Grande Rouquine, con la sua voce cavernosa e combusta.

—Zut!... laisse–moi dire...—fece Bluette.