Quanta poesia nellʼanima di questa lieve creatura, che andava per la terra dʼAffrica cercando un amante perduto!... Quanto sole vedrebbe con i suoi occhi dʼinnamorata, la bellissima creatura!...
Ed ecco apparvero con acque repentine lungo la strada balenante i fiumi della terra interna, lʼOued Sarno e la Mekerra, che si mescevano senza fragore sotto agili ponti. Ed ecco apparve la piana di Bel–Abbès, rosata e fertile nel luminoso vespero come una opulenta campagna della Provenza felice. La Mekerra disegnava traverso le biade fiammeggianti e gli ulivi azzurri una lunghissima scìa dʼargento. La bianca lontana diga della città barricava lʼorizzonte.
Ella sentì dʼun tratto il cuore venirle meno. Prese una mano di Linette, e la strinse, la strinse... Poi con lʼápice della sua fredda mano toccò lʼómero del meccanico, disse in fretta qualche parola, che il vento portò via...
Ma egli capì; si volse:
—Oui, Madame, nous arrivons à Bel–Abbès.
Allora ella si rovesciò contro la spalliera, e giacque stupefatta, immobile, come se non avesse più vita.
Nellʼaria dolce navigava il profumo degli ulivi di Máscara; la porta di Orano splendeva, incorniciando un corridoio di sole.
—Madame, ne soyez pas si pâle...—disse con un tremante coraggio la turbata Linette, cameriera dalle calze di voilé.