Rari e spenti villaggi sʼinseguivano a lunghe distanze, come sentinelle dellʼuomo verso la terra nomade che non ha più focolari di pietra.
Unica ed altissima la montagna di Antar si alzava nella pianura scintillante, ove incominciavano a correre le prime dune. Il deserto invisibile prolungava nellʼOccidente, con lievi onde che appena si muovevano, le sue maree di sabbia.
La notte era piena di uno spasimo fermo, di una magnetica intensità, quasi di una polvere azzurra, che traversando lʼaria diventasse luce. Nelle curve, le accese rotaie balenavano come spade infinite.
Al sorgere dellʼalba—di unʼalba striata, miracolosa, come se il mondo fosse pieno di lapislazzuli e di berilli—Aïn–Sefra passò, fra i suoi prati gonfi dʼalfa e di drinn, fra le sue boscaglie dʼalberi di pistacchi. La stazione di Aïn–Sefra era una piccola fortezza; tutto il borgo aveva lʼapparenza dʼun accampamento militare; si vedevano caserme, bastioni, depositi, e dappertutto lʼuniforme dei soldati coloniali, fra i pochi sud–oranesi dalla testa bella e feroce.
Si era già sui primi lembi della terra mobile, nelle vicinanze del grande oceano di sabbia, che insidia e seppellisce tutte le opere dellʼuomo. Lʼoasi artificiale di Aïn–Sefra tentava di opporre un argine sotterraneo, fatto con i grovigli delle sue radici, al periodico assalto delle dune. Ma queste correvano a perdita dʼocchio, sin verso le pendici delle montagne di Ksour, disegnando con la lor forma una specie dʼimmobilità veloce, che tutta balenava di sprazzi e di lampi sotto lʼimplacabile fuoco del perpetuo mezzodì.
Sole, sole. Aveva già nellʼanima il barbaglio di questa enorme luce, il peso di questa terribile materia solare, che in tutto si compénetra, e può accendersi, come la fiamma che dorme nelle molecole dellʼesca. Ora comprese chʼella veniva dai paesi dellʼombra, dalle terre crepuscolari, dove lʼocchio dellʼuomo non è costrutto per vedere il sole. Qui soltanto le creature sapevano cosʼè questa potenza magnifica ed infernale, questa bufera immobile che incendia lʼinfinito, questa luminosità insostenibile che distrugge le forme in un diluvio di splendore.
Non guardava più, non ascoltava più; era una specie di sogno che la portava, un rosso e faticoso delirio, nel quale sentiva battere più forte, più forte, il suo timido cuore dʼinnamorata.
E passavano le belle oasi, le plaghe morte, le koube solitarie, i profili di lente carovane lungo le tracce carovaniere, le dune rosse come lʼoro che andavano allʼassalto dellʼAtlante Marocchino, i fiumi senzʼacqua, i prodigiosi dirupi delle gole di Moghrar, le vallate colore di solfo, tutte sabbia e macigno, dove soltanto cresce lo squallido albero Thuya...
Che lunga, lunga strada... che infinita malinconia...