Sopraffatta, esausta, Linette sonnecchiava lamentandosi; le scendevan lunghi rigagnoli di sudore dalla fronte spettinata. Il treno bruciava; lʼaria quasi rossa produceva un senso dʼasfissìa. Da venti ore stavano rinchiuse in quella prigione infiammata, e non vʼera più ghiaccio nella dispensa, non era più possibile ristorarsi con un cálice appannato. Pochi viaggiatori andavano sino al termine di Colomb–Béchar; quasi tutti erano scesi prima di Aïn–Sefra. Scesero infine anche i notabili ed i mercanti indigeni che si recavano al mercato di Figuig. Non rimasero che pochi Europei, qualche soldato, e le due viaggiatrici. Lʼora pomeridiana infieriva con tutta la sua vampa; il treno stesso pareva compiere una fatica enorme per avventarsi dentro quel sole. Verso lʼoccidente splendevano le azzurre montagne dellʼinfido Marocco; un senso di pericolo e di ostilità gravitava su la regione barbara. Le piccole stazioni sembravano bivacchi di truppa in un territorio guerreggiato; alle soste, lʼufficiale di guardia saliva nel treno per consegnare voluminosi plichi; si udivano i saluti ambigui delle truppe accampate ai legionari partenti.

Andavano laggiù a combattere, probabilmente a morire, nella rossa terra dei nomadi ove il sepolcro cammina.

E questa gente non tradiva il più piccolo segno di perplessità, non volgeva nemmeno gli occhi a riguardare le alte muraglie dei giardini tropicali, saturi di profumi ubbriacanti.

Era una gente buia, che aveva già perduta lʼanima, chissà dove, chissà quando, nella precorsa via. La società umana li aveva respinti fuori dal suo grembo, ed essi andavano, in silenzio, verso il perpetuo sole. Andavano con gli occhi fermi, terribili soldati di ventura, numeri prodigiosi nei battaglioni della morte, a conquistare nuovi territori, a mietere nuove ricchezze, radunando lʼultimo ideale nellʼombra dʼuna camminante bandiera. Aridi e sobri, taciturni e violenti, lʼodore della polvere da schioppo era il solo profumo che li potesse veramente ubbriacare.

A questi uomini la Francia doveva il suo magnifico impero coloniale.

Adesso era tempo di guerra; dalle misteriose zaouie marocchine sparse per il non soggiogabile territorio del Gharb, i capi religiosi, gli astuti rappresentanti del Sultano di Fez e gli obliqui emissari dʼaltri governi dʼEuropa sobillavano ed armavano con ogni mezzo le battagliere tribù marocchine, perchè si opponessero con insidie continue alla sanguinosa e paziente fatica della penetrazione francese. Le residenze militari di Talzaza, di Bou–Anane e di Bou–Denib, a ponente di Colomb–Béchar, nellʼaspro cuore del territorio marocchino, si trovavano sotto la minaccia continua dellʼaggressione, mentre, lungo la valle dellʼoued Zousfana, che scorre a sud di Colomb–Béchar, i posti militari avanzati di Taghit e di Beni–Abbès con sanguinosa fortuna combattevano contro lʼinsidia marocchina.

E Bluette guardava con una specie di curiosità ipnotica lʼinsostenibile tremolìo della terra micidiale, che il treno andava solcando con gli ultimi rugghi del suo carbone. Guardava là in fondo, là in fondo, la barriera di fuoco del mezzodì, quelle tremende nuvole solari che soffocavano il bivacco di Laire...

Ogni tanto consultava le minuziose pagine del luogotenente Silles, rileggeva le lettere di presentazione chʼegli le aveva date, contava i chilometri, le ore, i minuti. Ciò che più tormentava quelle due viaggiatrici era una orribile sete, una sete morbosa, un dolore di tutte le vene. Lʼacqua minerale, tepida e guasta, non dava alcun ristoro; gli occhi pesavano; le braccia non avevano più forza; la opprimente fatica del respiro comunicava un senso di vertigine.

A tutte le fermate gli uomini di macchina, terribili a vedersi, balzavano giù dal treno e si appendevano sitibondi ai becchi delle fontanelle.

Nessun rumore più; nessun visibile segno di vita. Un silenzio nefasto e lucido rotolava con le valanghe di sole per i contrafforti delle montagne incendiate.