—Mordieu, ce quʼelle a raison, la tourterelle!—bassoprofondò Boblikoff.
—Penses–tu?—fece Max, cattivo come una cerasta. E balzato in piedi, afferrò Bluette per un braccio, additando lʼuscio:—Vas–y tout droit, et rentre!
Bluette cercò di sciogliersi dalla sua stretta conficcandogli nel polso lʼunghie minute. Allora Max le misurò un tal manrovescio, che lʼavrebbe di certo coricata per terra se non fossero intervenute al buon momento le immense braccia di Boblikoff.
Successe un tramestìo. Le donne parteggiavano per Bluette, ma gli uomini erano in parte impacciati a schierarsi contro Max, per ragioni di principio. La Grande Rouquine, senza lasciar cadere la sigaretta, gridava con la sua voce cauterizzata:
—Eh, toi, sale matamore! voix–tu me foutrʼ ʼl camp dʼici, ou bien je siffle afin quʼon tʼ coffre!
Bluette piangeva contro la spalla di Boblikoff; Limka, battendo lʼarchetto sulla cassa del violino, si faceva in quattro per riuscire a metter pace. «Voyons, Messieurs, Dames, un peu de silence!» E sperando che la musica potesse giovare, attaccava il tango malinconico della «Noche de Garufa».
Del tutto inutile anche «La Noche de Garufa»! Max, torcendo fra le sue dita ruvide un polso di Bluette, non dava più ascolto a nessuno. Bluette, appesa con lʼaltra mano al collo di Boblikoff, si lasciava tirare quel braccio come il cordone dʼun campanello.
—Sauve–moi Koff....—pregava Bluette sottovoce.
—Mince! laisse–la, je te dis!—ruggì Boblikoff, diventando bianco.