—Fous–moi la paix, cosaque!—bestemmiò Max. Allora, col braccio sinistro, Boblikoff sollevò leggermente il peso di Bluette, e simile ad un gigante che volesse mettere in salvo la sua bambina, se la collocò dietro le spalle, per modo che ora le stava davanti come un baluardo. Quasi contemporaneamente, col braccio destro, lanciò innanzi un tal pugno, che il corpo di Max, piegato in due, sfondò tutta la siepe delle persone che gli stavano a ridosso e andò a ruzzolare contro il paravento che nascondeva lʼingresso del bar.
Rimase per terra qualche minuto, e pareva morto. Fra un silenzio quasi tragico la Grande Roquine gli andò presso, e con la punta del piede lo toccava per tentare di farlo muovere.
Max per lʼappunto si mosse. In un baleno cavò dalla tasca una piccola rivoltella, e, sollevato sopra un gomito, sparò due colpi contro Boblikoff.
Il gigante non ebbe che il tempo di chiudersi la testa fra le braccia, poi si buttò avanti con un movimento che pareva quello dʼun uomo colpito. Non lo era; e si rovesciò su Max come una catastrofe di carne.
Chissà quale via scelsero quelle due palle, ma non toccaron nessuno. La prima scalcinò il muro, lʼaltra si conficcò nella mensola della bottiglieria spaccando solamente una «Vieille Chartreuse».
Pʼtit–Béguin, con un coraggio imprevedibile, si lanciò egli pure addosso a Max, per aiutare Boblikoff nel disarmarlo.
Frattanto la Grande Roquine era uscita nella contrada e fischiava con una piccolissima sirena dʼoro, che portava in collana frammezzo ad altri ciondoli.
Poi tornò dentro. «Tiens–le fort, Bob! Voilà les flics!»
«Les flics» erano già sullʼuscio, e questa volta il vederli diede a tutti un lungo respiro di sollievo. Max non poteva stare in piedi; gli pareva dʼavere lo stomaco fracassato.