Ed ella non sapeva nemmeno chi fosse questʼuomo. Era venuto a lei da una storia buia, da tutto ciò che nel mondo si chiama «lontano».
Forse aveva una casa in qualche terra straniera, ed una sua donna paziente, che innamorata lʼaspettava in qualche lontana città.
Forse, nelle sere profonde, anchʼegli piangeva di rimorso e di malinconia, pensando alla distanza invarcabile che lo separava dalla sua vita.
E chissà mai quante volte, nella terra senza ombra, dove lʼacqua nascosta non manda fiore, dove la bandiera dei Legionari sventola come una fiamma nel sole del terribile Gharb, chissà mai quante volte gli aveva ubbriacato lʼanima quel biondo profumo di poesia che dai giardini delle terre crepuscolari mandavano al suo cuore morto i fiordalisi di Mimi Bluette...
Le strade vanno, sono la forma della velocità, la musica dellʼesilio: sono distanti perchè si avviano, sono ferme perchè non arrivano mai. Le strade sono la polvere del Tempo:—nientʼaltro; la polvere di una distanza che non è mai cominciata, che non finirà mai:—nientʼaltro.
Ecco; e forse quel Nomade lo sapeva.
Quando per gli altri, da ogni fossa e da ogni letamaio nascevano aurore, per lui, su la terra infinita, su le infinite illusioni degli uomini, era tramontata per sempre, per sempre, la poesia.
Ed allora forse quel Nomade pensò chʼera meglio fare come il sole; volgere verso il Gharb, la terra dʼOccidente.
Camminare laggiù, nella vampa, dove tramontano le strade, con lʼanima seppellita nellʼombra dʼuna fortuita bandiera.
E lasciò agli uomini saggi, agli uomini calmi, tutto quello che gli avevano dato: qualcosa che si chiama una patria, qualcosa che si chiama un focolare, qualcosa chʼegli portava sopra di sè come una veste importuna: il suo nome; qualcosa infine che lo aveva innamorato troppo tardi, troppo tardi... un amore.