Vivere o morire, questo non era importante; ma solamente voleva dividersi dallʼuomo che fra gli uomini era stato. Voleva mettere lʼinvarcabile fra il suo cuore e sè. Dovunque lʼandassero a cercare, nei diligenti libri dello Stato Civile, di lui avrebbero detto:—«Scomparso»—di lui avrebbero detto:—«Forse non cʼè più.»
Camminare inforno al formicaio degli uomini saggi, degli uomini calmi, senzʼavere la propria esistenza inchiodata nelle caselle dʼun passaporto. Nemmeno davanti al suo cadavere, nessuno che potesse dire chi fu.
Non vʼera alcuna patria della terra che gli potesse dare questa orrenda libertà, se non lʼesilio dei morti che vogliono ancor vivere, la truppa dove al soldato non si domanda che di saper morire.
Chi era?
«Laire.»
Laire: il suono dʼuna sillaba, cinque veloci lettere dellʼalfabeto... Era tutto, e bastava.
Così erano a decine, laggiù, nei reggimenti stranieri, nel delirio del terribile Gharb.
La sera talvolta si udivano cantare.
Distesi allʼombra dei palmizi biondi, verso lʼora in cui sʼaccendono i fuochi tremuli dei bivacchi, tra il fumo denso che immobilmente sale verso lo zenit vertiginoso, cantavano a voce spiegata le afose nenie delle tappe, le buie canzoni dʼAffrica dellʼergastolo camminante.