Era forse, per quegli uomini, lʼultima sera di vita, lʼultimo colore di crepuscolo su la terra che non ha tombe nè focolari. E guardando con fissa maledizione il disco enorme che affondava nellʼantipodo scintillante, con ira e con oblìo cantava, prima di farsi uccidere, «la gloriosa canaglia» della Legione Disperata.

Questa era la gente che non avrebbe mai sepoltura.

Là indietro, su le frontiere dellʼesilio, avevano lasciato agli uomini saggi, agli uomini calmi, anche il cimitero.

Qui, nellʼoceano di sabbia, le bianche ossa dei morti perennemente cambiano sepoltura.

Le strade vanno, sono il pendìo del sepolcro, la tappa della strada che non cʼè; tramontano come le ore dʼun giorno, convergono tutte nel deserto, laggiù, verso la terra folle, dove, negli uragani di sole, con lʼiracondo nomade vento il sepolcro cammina...

—Eh bien. Madame, je suis désolé, désolé de ce que vous me dites, mais je ne me sens pas le droit de vous mentir, ni de vous épargner cette peine, pour cruelle quʼelle soit...

Nellʼoasi di Beni–Abbès, nella dorata penombra che riempiva la tenda spaziosa del capitano–aggiunto Letellier, Mimi Bluette si portò convulsamente le mani alla gola, e stette immobile a fissare lʼuomo che le parlava; un ufficiale scarno, febbricitante, seduto quasi a terra sovra il suo letto da campo, e che ogni tratto alzava la mano con un moto meccanico, per toccarsi la fronte bendata.

Sovra due cassette vuote un legionario scriveva celeremente; un altro riceveva i messaggi del telefono da campo. Lʼufficiale medico preparava una fresca bevanda di cognac, di ghiaccio e di limone.