Per diventare Marthe dʼAussolles occorrono molte generazioni. Bluette, povera piccola bella italiana, forse non era che lʼantenata.

Si lasciò regalare con molta gioia una «limousine» fosforescente, un mucchio di pellicce siberiane, i costosi modelli di Béchoff–David e di Suzanne Talbot, gli astucci serii di Lacloche e di Cartier. Nulla chiese; trovò che tutto andava bene; fu riconoscente.

Marthe dʼAussolles avrebbe chiesto ancora il doppio, avrebbe trovato che tutto andava male, non gli sarebbe stata riconoscente.

Bluette invece, con il suo limpido cuore di Transalpina, sperava solo che arrivasse presto la sua mamma, colei dal seno celebre, per farle vedere tutte quelle maraviglie.

Fra lʼaltre cose le avrebbe fatto conoscere Maurice, maître–dʼhôtel impeccabile come un diplomatico, poi la sua Linette, cameriera dalle calze di voilé, con le unghie imbrillantate, un grembiule tutto pizzo e linon.

Adesso, lungo i boulevards serali, sʼincontravano a profusione le scritte luminose:—«La Cigale—Mimi Bluette»;—«Gaumont–Palace—Mimi Bluette dans ses danses».

I cinematografi murali proiettavano contro i teloni dei tetti opposti la seminuda bellezza di Mimi Bluette.

Micaello era partito con Minnie, rompendo il famoso trio; Bluette aveva ora un danzatore americano, taciturno, sobrio, quasi innamorato di lei, quasi onesto. Si chiamava Jack Morrison. Le aveva detto con semplicità: «Believe me, dear Friend... Micaello balla come un portalettere!»

Gli credette. Incominciò di nuovo i suoi corsi di danza, con Jack Morrison, ammaestratore dʼoltre–oceano, che le impartì questa volta una perfetta istruzione.

Quando seppe finalmente ballare con tutta lʼanima sua dʼirresistibile danzatrice, Mimi Bluette si accorse che, imprigionato nelle sue fine caviglie, nascosto in lei come il profumo in un fiore, anchʼella portava un sogno di bellezza, e sentì che il ballo era la sua poesia. La natura lʼaveva concepita in un tempo di musica, la sua maniera di muoversi era come una danza innata.