—Allez doucement aux carrefours, Robert,—disse al meccanico.—Et ce bagage, fourrez–le moi quelque part; il encombre.

La macchina silenziosa scivolò via, guizzando fra i pericoli della strada come un battello–mosca fra il grosso naviglio della Senna. Vagamente Bluette si ricordava il suo primo ingresso nella Capitale, un certo pomeriggio pien di rumore, che le pareva già distante nel pensiero come la storia della sua prima verginità. Con occhi lontani rivide al medesimo posto quellʼenorme campione fragoroso che a momenti la investiva, e rivide Max, lʼartefice involontario della sua grande fortuna. Da quel pomeriggio pieno di turbinìo erano passati ormai venticinque mesi... E Max? Dovʼera Max?

Ripartito, scomparso; forse in prigione, forse in viaggio per il mondo «avec sa momie Américaine...»

Al Bar della Grande Rouquine Bluette non andava quasi più.

Boblikoff aveva cercato con insistenza di farsi contraccambiare da Bluette lʼenergica sua protezione. Bluette gli era stata riconoscente, un paio di volte, per delicatezza, ma nulla più.

Povero Boblikoff... era così enorme, che, per una donnina come lei, sarebbe stato un vero ingombro!

Caterina, la madre dal seno classico, era giunta con lʼintenzione di trattenersi a Parigi un mese o poco più. Ma di settimana in settimana la brava donna si sentiva talmente impariginire, che perdette il profilo del Maestro di scherma e scrisse alla sorella levatrice:—Figúrati che la mia piccola Cecilia non vuole assolutamente più lasciarmi ripartire...

Questa era una sfrontata bugia, perchè Cecilia–Mimi se ne sarebbe anche liberata volentieri, di quella sua madre importuna, che dopo averla onorata e servita nei primi giorni con lo stupore dʼuna servetta, ora non si faceva punto scrupolo dʼinalberare con arroganza certe arie da padrona di casa che la impensierivano assai.

Questa florida e battagliera madre di Cecilia, non rispettava neanche un tantino la sua dolce Bluette. Anzi la criticava.—«Oh, se avessi avuta lʼispirazione di Parigi aʼ miei tempi!...»—soleva dire.