Tremando si fermò vicino al letto, chʼera stato il lor caldo rifugio, nel delirio e nel paradiso delle ultime notti dʼamore; vi buttò sopra i fiori che teneva nella pelliccia di martora, si rovesciò su la coltre, disperata, senza versare una lacrima, e chiusa nelle braccia dellʼamante, ubbriaca del suo morto respiro, per lʼultima volta nel mondo con tutto il suo piacere impallidì...

Quando fu rientrata, ed ebbe veduti nella sua propria camera tutti queʼ fiori, si fermò per un istante a guardarli con poesia.

Fece un atto fervido con entrambe le mani, e leggermente sorrise, come se volesse ringraziare quelle anime floreali, che le venivano incontro quasi per regalarle un ultimo piacere.

Sebbene fossero fiori dʼinverno, eran nati su la riva mediterranea, il loro profumo stordiva.

Li guardò attenta, con indugio, con malinconia, come se volesse rammentare la bellezza di ognuno.

Le pareva necessario addormentarsi nel miracolo di una grande primavera.

Fece con lentezza il giro della camera; poi, fermatasi davanti alla specchiera, si tolse i guanti, si disfece la veletta.

I due spilloni, che le appuntavano il cappello nella treccia rotolarono sul marmo luccicante, con un rumore, chʼella osservò.

Per abitudine, prima di togliere il cappello, rimase un attimo a guardarsi nello specchio; poi, quando ebbe sollevato quel leggero peso dalla gonfia sua capigliatura, macchinalmente si mise a rigirarlo su tre dita, come sogliono fare le donne quando ripensano alla gente che le guardava per istrada.