Era un gioiello di Suzanne Talbot, una cosa da nulla, piena dʼinvenzione, fatta con maestrìa per il suo viso e per il suo colore. Lo appoggiò sul ripiano dellʼarmadio, fra i guanti e la veletta, poi con le dita e coi palmi si ricompose le belle trecce, per ridare alla sua pettinatura la leggerezza consueta.
I fiori empivano anche lo spogliatoio contiguo, pieno di specchi e di cristalli, che rompevano in molte raggiere il balenìo della ferma elettricità. Lo spogliatoio, che aveva lo zoccolo della parete in marmo rosa, i mobili di un candido legno trasparente come lʼantico avorio, pareva un cofano di madreperla foderato con le vecchie sete che piacquero alla Marchesa di Pompadour.
Incominciò a spogliarsi lentamente, pigramente, con una specie di delizia femminile. Sebbene la casa fosse addormentata, chiuse a chiave alcuni usci, che la isolarono dallʼappartamento.
Quando fu in gonnella, con le braccia nude, mise un ferro sul fornello a spirito e lungamente indugiò a contemplare la fiamma violastra.
Poi si disciolse i capelli. Quel peso, quel folto e biondo peso, le fece piegare indietro la nuca. Li vedeva piovere nello specchio, scendere, splendere, fino a poca distanza dal tappeto. Erano vivi, ondeggianti, scintillanti, come la più bella criniera che mai donna portò. Ella stessa, nel guardarli, nel passarvi le dita, provava di quei voluttuosi capelli una timida gioia.
Mentre aspettava che il ferro diventasse caldo, andò a cercare nellʼarmadio un paio di calze tessute come una trama di velo, poi certe sue scarpine da ballo, arcate, leggerissime, simili a due piccole guaìne ritagliate in una stoffa dʼoro.
Sollevò la gonnella di fresca seta e liberò dal morso delle giarrettiere le calze che portava. Slacciò e si tolse lʼuna dopo lʼaltra le scarpine da passeggio, intarsiate con ricami dʼargento.
Le sue belle aride caviglie, le sue lunghe snellissime gambe di danzatrice, apparvero fuor dai pizzi della gonnella, così bianche da parer modellate in un contorno di azzurrità. Le congiunse; appoggiò i talloni fragili su la compatta foltezza del tappeto. I suoi malleoli erano così snodati che poteva, con le ginocchia tese, appoggiare tutto il piede. I fiossi arcati sʼ intramavano di minute vene. Tutta la muscolatura della gamba usciva, in quella tensione, con un perfetto rilievo. Sopra i due stinchi esilissimi la luce batteva con riflessi dʼoro. Le ginocchia rotonde sʼinnervavano di robusti ed agili tendini per tutta la lunghezza dei fianchi.
Incipriò lungamente la sua pelle nuda; mise le calze di velo, gli scarpini da ballo, corti e ripidi, che scintillavano come filigrane dʼoro.
Si alzò. Si tolse il copribusto; nascose la camicia nel basso elastico di seta che fasciava lʼintatto splendore del suo calmo seno.