In quel momento le passò davanti agli occhi la memoria di un giardino; di un giardino barbaro e stupendo, che aveva rasentato, nella fuga del treno, lungo i sobborghi di Algeri.

Prese un bicchiere, un bicchiere fino e senza piede; prese una bottiglia chʼera sul lavabo, e versando lʼacqua, fissando lʼacqua, fin quasi allʼorlo, adagio, attentamente, lo riempì.

In quel momento rivide la sua mamma; rivide la sua mamma comʼera prima della ricchezza, quando gli artefici di Parigi non le avevano ancora fatti nascere queʼ suoi fulgentissimi capelli biondi.

Aperse lʼarmadio. In un cassetto, in un piccolo scrigno, fra le innocue medicine che si usan tenere con sè, vʼera la scatola di cartone, piatta, scura, suggellata, chʼella aveva saputo carpire con molti raggiri allʼequivoco ed onesto venditore di paradisi.

In quel momento rivide il banco della Grande Rouquine, la sua fisionomia di cera, con due grandi occhiacci da gatto, verdi. Le parve riudire quella voce fioca e sonora, bruciacchiata dallʼarsura delle sigarette russe.

Con lʼunghia ruppe il suggello di ceralacca. Nellʼinterno della scatola, bene ordinate, come nelle caselle dʼun alveare, trovò le dodici minuscole ampolle di vetro, colme dʼun liquido che non aveva colore.

Terminavano con un tubo filiforme, che si poteva spezzare come un esile fuscello di paglia. Vʼera inoltre una piccola siringa, tersa e fina, che brillava nella depressione dellʼastuccio di velluto. Ma non la toccò. Rimase a guardare con occhi fermi quelle dodici ampolle minuscole, non piene, dove il liquido incolore formava una specie di occhio tremolante.

Erano sei e sei, lʼuna presso lʼaltra, nelle caselle di cartone, sovra uno strato di bambagia. Non vʼera scritto nulla, non vʼera il più piccolo segno che ne tradisse la micidiale potenza.

Col rovescio dʼunʼunghia le percorse tutte, come due piccole tastiere.