Laggiù dormirai, nel profumo deʼ tuoi morti capelli biondi, vicino al rumore del fiume che avviluppa la Basilica di Francia, laggiù, nel piccolo cimitero parigino, al limitare della Città Stupenda, su cui veglia, con la sua cupola dʼoro, il Duomo degli Invalidi.

Sei stata la più limpida creatura che mai vidi con i miei occhi di nomade, sei stata—comʼè la rosa—ciò che nel mondo ha nome poesia; ti ho portata come un fiore di semplicità, presso e lontano, fino al grande colore dellʼantipodo, nella mia vita camminante.

Le strade vanno; sono il pendìo del sepolcro, il colore dellʼanima che si allontana, la tappa dʼun ideale che non cʼè... Le strade sono la polvere del Tempo:—nientʼaltro. La polvere di una distanza che non è mai cominciata, che non finirà mai...

Nientʼaltro.

Così, Bluette, nel mio sogno, tu eri anche la strada.

Ora il tuo feretro se ne va per i quadrivi della Città Stupenda, e muore un giorno di primavera su questa Basilica eterna della sovranità mediterranea.

Tu passi, e non sei che un limpido fiore del mio giardino; tu passi e non sei che la danzatrice per sempre addormentata nel rumore di Parigi la Babelica.

Il violino dello zingaro Limka, piangendo, con sommesse musiche, ti accompagna fino al cimitero.