—Si tu ne vas pas chez notrʼ mère, je te jouerai un sale tour,—gli sibilò, cattiva cattiva.
—Nʼessaye pas, mignonne,—rispose con dolcezza il soddisfatto Roré.
Linette vide sparire dietro lʼuscio il molteplice riflesso della sua bella tuba.
E My Blu pensava:—Lʼimbécile! Il nʼa pas compris que jʼétais dans une de mes journées à béguin! Ces hommes–là, Dieu sait ce quʼils ont dans la caboche! Enfin... essayons toujours cette martingale de Filipescu!
E fece correre la pallina,—che diede, in quel frangente, il numero 27.
Il numero 27—come tutti sanno—è «rouge, impair et passe».
Quando Fred Chinchilla seppe che Roré dʼOlonzac erasi recato a visitare My Blu, si conficcò nei palmi le piccole unghie rosse come il sangue, digrignò i suoi dentini da martora e disse fra sè, con un gergo esplicito: «Nous allons enfin voir si cette gueuse de Bluette va me souffler ce salaud de Roré!»
Fred Chinchilla faceva sapere dʼesser nata in Norvegia, ed era venuta di moda un anno che si portava molto la pelliccia del suo nome. Aveva per lʼappunto gli occhi cinerini–azzurri, con riflessi di bigio e di piombo come il cincilla, e, per essere in carattere, si faceva pubblicamente mantenere dal proprietario di una grande pellicceria, chevalier de la Légion dʼHonneur, ammogliato, divorziato, riammogliato, e con prole. Tutti gli anni, allʼavvicinarsi dellʼinverno. Fred Chinchilla dava lʼaìre alla pelliccia di moda. Quellʼanno aveva messa in voga «la fourrure de singe». E nonpertanto rimaneva Fred Chinchilla.