Era ben fatta, con un leggero pericolo di pinguedine, i capelli colore di stoppa dorata, le ciglia dʼuna lunghezza e foltezza esagerate, su gli occhi norvegesi, morbidi come pellicceria.
Roré per sei mesi era stato il suo amore. Ma in quel semestre Fred Chinchilla aveva tanto speso, che il ricchissimo pellicciaio fu nondimeno costretto a dirle: «—Ce dʼOlonzac, ma chérie, il faudra bientôt le congédier... Il ne se doute pas, le cher comte, que les fourrures se vendent très mal cette année!»
E Fred Chinchilla stava per dargli retta, quando Roré, visto che le pellicce andavan male, pensò di avvicinare Mimi Bluette, la quale invece amministrava—per mezzo del suo più forte azionista—una casa di pneumatici venuta in molto favore.
Le donne, salvo casi molto rari, non amano lʼuomo per sè stesso,—e fin qui hanno forse ragione. Ma lo amano inquantochè un uomo piace o piacque ad unʼaltra,—e qui senza dubbio hanno torto. Poichè lʼerrore di una sola produce lʼerrore di tutte. Ogni donna cerca in primo luogo di soverchiare, nei sensi e nella memoria dʼun amante, il prestigio di quelle che lʼhanno preceduta. La gelosia, che tanto lusinga lʼuomo, è veramente una gelosia dʼindole femminile, ossia una questione dʼamor proprio fra donna e donna.
Roré, quando vinse la famosa corsa di motociclette, trovò probabilmente una incapricciata che gli fece buon viso; da quel giorno lʼamore lo portò via su le braccia, e piano piano lo sospinse fino alla soglia di Mimi Bluette.
Mimi Bluette gli avrebbe tuttʼal più dedicata, come diceva, una delle sue «journées à béguin»; ma capitò frammezzo la gelosia di Fred Chinchilla, e, naturalmente, le cose mutaron piega. Fred Chinchilla si era lasciata prendere per colpa di Léa la Roseraie, questa per colpa di Finna, e Finna perchè Mary Dhjynn, la pazza Mary Dhjynn, si era tirata un colpo di rivoltella, nelle balene del busto, il giorno che Roré non volle più saperne di lei.
Così vanno le buone pecorelle lʼuna dietro lʼaltra in fila, come diceva sin dal trecento lʼinseppellibile Dante, che trova sempre il mezzo per tornare dʼattualità.
Il signore dʼOlonzac si permise frattanto dʼinviare ogni giorno alla bella My Blu grandi mazzi e profumatissimi canestri di fiori loquaci; poi la condusse a prendere il tè, poi la condusse a teatro, poi la condusse a cena, ed infine la condusse nellʼirresistibile talamo che vide gli amori norvegesi di Fred Chinchilla.
My Blu era una donnina di nervi ultrasensibili, che non sapeva troppo resistere al fuoco della tentazione; perciò prendeva con filosofia lʼamore di sè stessa e lʼaltrui. Si lasciava conquidere, per lo più, da un particolare che le andasse a genio; ma dimenticava súbito, con una leggera ombra di malinconia. Era un poco inerte, un poco sbadata, un poʼ ironica forse, nellʼattribuire un senso ed un valore agli avvenimenti che intessevano la sua vita. Non aveva mai cercata la fortuna, e la fortuna si divertiva di lei come dʼun trastullo innocente; non aveva mai cercato lʼamore, e lʼamore le ronzava intorno, continuamente, non serio, non grave, non pericoloso, ma simile quasi ad un rivolo di continuata voluttà. La sua carne bella sentiva la gioia naturalmente, come un rosaio sente la primavera. Poi, subito, la sua memoria se ne scordava... era stato un gran soffio di vento, una rossa nube di polvere, che finiva, moriva, più in là, portandosi via qualche spolvero del suo pólline profumato. Era una donna venduta, eppure non chiedeva mai nulla, non faceva mai un vero calcolo, nemmeno rispetto a quegli amanti cui non si dava per piacere. La ricchezza, lo sperpero, il lusso, eran diventate abitudini giornaliere della sua vita, e qualche uomo sʼera puranche rovinato per lei, senza che Bluette nemmeno se ne avvedesse. Non poteva più desiderare cosa alcuna la quale non costasse un prezzo irragionevole; ma vʼera sempre chi pagava per lei, purchè si degnasse far vedere i conti a qualche suo ricco innamorato. Possedeva tesori nel suo piccolo palazzo, e molto spesso non ricordava nemmeno con esattezza i nomi di quelli che avevano gareggiato nel darle prova di amore e di munificenza.
Un vecchio amministratore, M. Bollot, rimastole più fedele dellʼamante che glielo aveva messo in carica, veniva ogni fin di mese a pagarle i redditi e spiegarle quale nuovo impiego di capitale fosse utile fare. M. Bollot beveva regolarmente due bicchierini di Kümmel, le carezzava i capelli biondi con il buon sorriso dʼun vecchio papà, riponeva gli scartafacci nella sua logora cartella di cuoio, e, mezzo curvo per il mal di reni, le diceva prima dʼandarsene: