Fu dʼinverno, in una bianca sera dʼinverno, che allʼimprovviso, e col suo cuore di vergine, la divina Bluette sʼinnamorò.

Talvolta ella tornava nel Bar della Grande Rouquine, per ritrovare i suoi compagni, le sue compagne dʼun tempo, e spesso vi pranzava con grande allegria, nelle sere di libertà, quando non doveva danzare o quando S. E. il Ministro le usava la cortesia di lasciarla in pace. Laggiù, nel piccolo Bar, lʼaccoglievano come una reginetta, e non appena Bluette vi entrava, tutti quanti erano sossopra. La Grande Rouquine, col suo cespuglio di capelli rossi, con i suoi occhiacci da gatta selvatica, la voce sonora e fioca, bruciacchiata dallʼarsura delle sigarette russe, la Grande Rouquine, donna che aveva un passato, era sempre là, dietro il suo banco, a tenere in briglia quella famigerata clientela. Vedendola entrare, scattava su come un pagliaccio a molla da una scatola chiusa, le correva incontro, le dava due terribili baci, serrandola fra le sue braccia di befana.

Limka, violino di spalla, tzeco delle Batignolles, attaccava il My Blu.

E siccome, in fondo, Bluette non era nata per frequentare Ministri nè per gustar le freddure di qualche socio della Rue Royale, Mimi Bluette, che vʼera passata frammezzo, ancora si trovava molto bene fra quelle canaglie simpatiche, fra queʼ sinceri e briosi farabutti, che forse valevano poco meno di certi gesuiti rispettabili, affiliati a leghe di pubblica moralità.

Per lei quel Bar della Grande Rouquine rappresentava uno svago ed in certo senso un riposo dalla sua vita di necessaria commediante, quasi quasi un angolo di antica indimenticata famiglia, ove nondimeno avrebbe trovato un rifugio nellʼora del pericolo, quando per avventura il mutevole giuoco della sorte avesse provveduto a punirla della sua troppo facile prosperità. Quella Grande Rouquine, lunga di cosce, priva di seni, con la fisionomia di cera, le voleva bene a modo suo, chissà mai perchè, ma le voleva bene. Se un giorno per avventura le fosse mancato un luigi, Limka, tzeco delle Batignolles, certamente glielʼavrebbe dato a prestito. Florina–Bey, sebbene si vestisse da una sartina di Billancourt, aveva certo più spirito che Fred Chinchilla, e Boblikoff, il terribile Boblikoff, ex–domatore dʼorsi, lʼamava pur sempre dʼuna sua rassegnata umile passione.

Lì, nel Bar equivoco ed elegante, ove bazzicavan tanti ladri e tanti sperduti, ove la miseria e la nobiltà bevevano le stesse droghe neʼ medesimi bicchieri, dove la prostituzione vecchia e quella non ancora deflorata cenavano su lo stesso tavolino alla musica di My Blu, dove, nelle tarde ore della notte, quando i clienti serii, cioè quelli che pagano, se nʼerano andati, Garcia Pois–Lourd, boxeur deluso, si giocava unʼorzata al picchetto con lʼefebo Jean Kiki, mentre la Grande Rouquine faceva i conti di cassa,—lì, forse, il mondo era peggiore dʼapparenza che in verità, mentre molto spesso altrove il mondo è peggiore in verità che dʼapparenza.

Or quella sera per lʼappunto il Ministro erasi recato a rappresentare il Governo della Repubblica in non so quale Dipartimento; le aveva mandato un ultimo bacio per telefono, ed ossequiato, affabile, ammiratissimo, era partito alle 9 precise dalla Gare de Lyon.

La sola che non ammirasse questʼuomo era proprio Mimi Bluette. Gli è che Bluette, lo conosceva intimamente.

Il Ministro è lʼuomo forse meno amato che si conosca su la terra. Non è più giovane, ha sempre un tono declamatorio, certe maniere burocratiche, non è libero, non è spensierato, non può essere geloso, è troppo autorevole per essere considerato un passatempo e troppo in vista per essere temuto. Paga di solito con denari dello Stato e scrive lettere dʼamore che sembrano protocolli di cancelleria.

Quello poi dʼIndustria e Commercio è un Ministro che non esercita prestigio alcuno su la donna, perchè il suo dicastero manca di attributi speciosi e di cerimonie teatrali. Di più disadorno che il Ministro dʼIndustria e Commercio vʼè soltanto il Ministro delle Poste e Telegrafi; quello poi di Belle Arti e Culti non si capisce bene cosa faccia.