Traverso i vetri appannati vedeva le case brillare, le strade avventarsi come corridoi di luce nei dedali dei quartieri bui; vedeva le piazze deserte, i cumuli di sedie accatastate con le gambe allʼaria su le terrazze dei caffè, i lunghi funerali immobili delle vetture di piazza, i cinematografi, che lanciavan su la neve iridi violette, gli edifici pubblici, solenni e tetri come prigioni, gli spazzaturai simili a file di deportati, che ammucchiavano la neve, i grandi vestiboli dei teatri, pieni di fiamma,—e tutto questo era un poʼ suo, era un lembo dellʼanima sua; chiunque avesse fatto male ad una delle cose che vedeva, in quella bianca sera dʼinverno, avrebbe fatto male anche a lei.

Nel Bar della Grande Rouquine fu ricevuta come al solito con tripudio e con rumore.

Pʼtit–Béguin, il quale pranzava in tête–à–tête con un forestiero dallʼaria di Pascià, si alzò appositamente per venirle a baciare la mano. Questo, anche nel caso di Pʼtit–Béguin, era certo una galanteria.

Jennie–Minnie–et Lélie, che sebbene alquanto invecchiate costituivano sempre un inseparabile trio, le fecero grandi accoglienze, anche nella previsione che Mimi volesse pagar loro la cena. Il bookmaker Cliffton interruppe la lettura del Paris–Sport per mandarle un asciutto complimento inglese, che voleva probabilmente essere un invito. Ma ella si mise allʼultimo tavolino, presso il banco, perchè in tal modo poteva meglio discorrere con la Grande Rouquine.

Frattanto Limka suonava il My Blu.

Adesso, di My Blu, ve nʼeran centinaia; ogni grattacorde, o picchiatasti, cercava di mettere in voga il proprio. Ma Limka, tzeco delle Batignolles, suonava il My Blu classico, il primo, quello chʼera stato creato per la divina Bluette.

Quella sera la Grande Rouquine era vestita di verde, dʼun verde verdissimo, ed aveva intorno al collo un boa nero, dʼun nero nerissimo, che le faceva star bene il volto, freddo come lʼelettricità.

Vʼera molta gente quella sera, e la Grande Rouquine governava tutto il servizio con la fiamma deʼ suoi occhiacci verdi. Ai tempi di Bluette il Bar non aveva che quellʼunica sala, e qualche ammezzato ove si giocava dʼazzardo; ma ora le sale a pianterreno si erano moltiplicate, sebbene conservassero una disposizione ambigua da labirinto e ci fosse ancora, presso lʼentrata, quel famoso paravento contro il quale ruzzolò Max quando ricevette il formidabile pugno di Boblikoff. E cʼera il medesimo Boblikoff, che ormai doveva essere divenuto qualcosa nellʼamministrazione del locale, pur conservandosi una rispettabile aria da cliente.

Buona cucina, belle donne, bei ragazzi, atmosfera di malavita elegante, spaccio clandestino di afrodisiaci e di stupefacenti, ecco forse alcuni fra i mezzi chʼerano serviti alla Grande Rouquine per mettere di moda il suo ritrovo.