E la povera Linette, cameriera dalle calze di voilé, si era messa a piangere davanti allʼapparecchio maleducato, che dʼimprovviso taceva.

Per due giorni e due notti era stata con lui, perdutamente con lui, nella sua casa nascosta, baciandolo fino ad uccidersi, come si fa quando lʼamore diventa una follìa.

Su la neve del mese dʼinverno si era levato nei due pomeriggi un pallido sole.

Quella casa era nascosta in una piccola strada, calma, vecchia, di quelle che gli edili ragionevoli vanno cancellando a poco a poco.

Si vedeva, lontana, la Colonna di Luglio sorgere dalla piazza della Bastiglia.

Ma pranzavan ancora più distante, negli alberghi di barriera, nelle vecchie trattorie di Montrouge e Malakoff.

Tornavano a piedi, per lʼombra, di sera, parlandosi piano. Bluette vedeva nei cinematografi splendere a caratteri di fiamma lʼannunzio luminoso del suo nome ilare—Mimi Bluette—od apparire su le muraglie, nei molteplici cartelli dei teatri, la sua fisionomia sorridente fra i mazzi di fiordalisi—Mimi Bluette.

Ecco, e lo amava. Era con lui piccina, modesta, umile, come una ragazza del quartiere.

Le guardava talvolta con simpatia, queste belle ragazze del quartiere, quando passavano a fianco del loro innamorato, e le pareva di comprenderne la poesia, di amarle con un affetto improvviso, quelle svelte ragazze, umili e ben pettinate, che affrettavano sotto la balza delle gonne dimesse il piede leggero.