Nulla è paragonabile, fra uomo ed uomo, fra bestia e bestia, al coraggio, al furore, all'implacabilità di due galli che stanno di fronte per togliersi la vita. Nè i circhi di pugilismo nè quelli di tauromachìa nè alcun altro spettacolo di umana barbarie, di umana sanguinarietà, nemmeno le partite di coltello cui usan cimentarsi alcune consorterìe negre del Nord-America, può dare una visione di efferatezza e di odio che superi questi mortali assalti fra due galli da combattimento. È una vita che vuol prendere il cuore d'un'altra vita, e resisterà combattendo fino all'ultimo respiro, pur d'infliggere all'avversario la beccata che lo soffochi, la speronata che l'uccida. Son due formidabili organismi fatti nascere per dare la morte; non sentono il dolore, non le ferite, nessuno strazio, nessuna mutilazione. Pare che il sangue li acciechi, li renda inaccessibili al dolore, sia l'unico ed ultimo senso di tutto ciò che per essi vuol dire il mondo. [pg!175] Seguiterebbero a colpire anche dopo aver data la morte, così profonda è la voluttà che provan nello spegnere un cuore, nel tormentare un'agonìa. Il coraggio de' nostri eroi più sanguinari è cosa ridicola davanti a questo furore implacabile.
Ne ho veduti ch'erano già trafitti, e combattevano, già dilaniati, e combattevano, già percossi a morte più volte, acciecati, sgozzati, con il cranio aperto, i tendini mozzi, orribili fasci di spasimo e d'agonìa, ma che nel freddo sperone d'acciaio radunavano con insania l'ultimo calore della vita, e ferocemente combattevano.
Questo è ciò che davvero si chiama uccidere; il resto, in confronto, può sembrare una parodia.
Da secoli, coltivando la loro generazione come quella di perfetti assassini, questi animali furono educati ad odiare il proprio simile, anzi a volerlo spegnere; il loro corpo non conta, il proprio dolore non c'è: nel becco robusto, nel sottile sprone d'acciaio, è tutta l'anima sanguinaria di questi animali da combattimento. Son nati per immergersi nel rantolo d'un'altra vita; ciò che amano è trafiggere:—sono crudeli quasi più dell'uomo.
Ed ora tutta la gente urlava di nuovo:—Blas! Blas! Blas!... Questo vecchio e prodigioso omicida pareva che intendesse il proprio nome, s'inebbriasse di quegli urli selvaggi. Aveva confitto lo sprone due volte nel corpo d'Inglés; questi perdeva sangue a flotti e combattendo inciampava in un'ala stroncata. Ma vedendo gli occhi rossastri di quei due piccoli animali, noi, robusti uomini, si aveva paura. Paura di vederli com'erano: chiazzati, scarlatti, quasi fosforescenti, aizzati ancor più dal proprio dolore, dal proprio sangue, dalla [pg!176] gioia feroce di quel mortale combattimento. Le lor penne lacere, contorte, impiastricciate di sangue, nascondevan brandelli di carne ed orrende ferite. Ormai non era più possibile, almeno per un profano, intendere quel che accadeva, ossia valutare le fasi del combattimento: era un viluppo mostruoso di due bestie mutilate, che inciampavano, cadevano, si scavalcavano, la prima soggiacente, poi l'altra vittoriosa, poi questa e quella di nuovo sopraffatta; due becchi rossi di sangue, un turbinìo di penne, le creste a brandelli, e tutto ciò frammezzo ad una cloaca di gente che urlava, ridendo, battendo le mani, scagliando improperi, contando monete, premendosi, eccitandosi, nell'infuriata gioia di veder scorrere il sangue.
Poi, d'improvviso—e non so bene come ciò accadde,—io vidi lo sprone d'Inglés, vidi chiaramente lo sprone d'Inglés, immergersi nel collo di Blas, rimanervi confitto, anzi per qualche passo trascinare l'animale sgozzato, che cadde, sbattendo furiosamente il capo su la pedana, mentre invano cercava di liberarsi dallo sperone dell'avversario che lo teneva prigioniero.
Inglés gli fu sopra con l'altra zampa, e cominciò a beccarlo con tanta furia che gli tolse completamente gli occhi, gli rosicchiò fino all'osso il rimasuglio di cresta, mentre lo sperone dilaniava la ferita e l'altra zampa teneva la strozza di Blas come un ferocissimo artiglio.
Tuttavia Blas, cieco d'entrambi gli occhi, de' quali non v'era più traccia, riuscì a liberarsi da quella stretta ed a rizzarsi ancora, spaventosamente.
Mai, per quanto io viva, potrò dimenticare quella insanguinata sembianza d'animale, che brancolava cercando [pg!177] la luce, non per vivere, ma tuttavia per uccidere. Dalla sgozzatura gli pendeva una specie di borsa flaccida, gonfia di sangue, che a poco a poco diveniva più voluminosa, più pesante, più irremediabile. Ad ogni passo egli cadeva giù, incespicando, come un uomo cui manchino i ginocchi, e doveva mordere il pavimento per riuscire a sollevarsi.
—Blas es hecho! Blas è ucciso!—gridava, con orrende bestemmie o con forsennati applausi tutto il pubblico della baracca infernale, secondochè avevan scommesso per la sua vittoria o per la sua morte in combattimento.