Invece non potevo. Ero lì, sempre lì, curva, incatenata. Ed allora, senza bene intendere quel che facevo, d'un tratto la mia mano si alzò fino alla serratura, cercai di girare la maniglia, feci rumore.

Odette venne all'uscio; vedendomi, s'impaurì.—«Che hai, Madlen? che fai?...»—Parlava sottovoce, turbata, con il suo respiro caldo. Io non risposi. Mi toccò la fronte, i capelli. Io non risposi. «Che fai, Madlen?...» Solamente i miei occhi piangevano, mentre non piangeva la mia gola, non la mia bocca, non io. «Perchè sei venuta, Madlen? Stai male?...»—«Sì...»

E con tutta la mia debole forza m'avvinsi a quel suo braccio nudo. La trascinai. Venne con me, nella mia camera. Il mio letto era sconvolto. Mi coricai. La feci sedere su la coltre. Tenevo le sue mani, le sue braccia, le sue spalle. Avevo terribilmente voglia, non so perchè, di baciare la sua bocca. Le misi un braccio intorno al collo, intorno alla nuca, la sua bella nuca scintillante... Così la piegai, la costrinsi ad affondare il capo nel mio guanciale...

Dormimmo.

. . . . . . . . . . .

In quella stanza era un trofeo d'armi; una immensa tavola nuda, macchiata d'inchiostro, logora dai tarli; due vecchi armadii, qualche sedia di velluto, un braciere pieno di cenere.

Lì studiavo. Le finestre davano su la corte. Un vecchissimo cavallo di mio padre vi camminava tutta la mattinata. James lo teneva per la briglia. Si chiamava Ramir. Aveva, credo, vent'anni. Era stato il preferito [pg!278] hunter di mio padre, e gloriosamente aveva galoppato per tutta la contea. Negli ultimi anni lo attaccava qualche volta il fattore al suo barroccio, per farsi condurre ai mercati vicini; ma ora il barroccio stava nella rimessa con le stanghe all'aria, carico di ragnateli. Piuttosto che vendere Ramir, mio padre si sarebbe fatto amputare un braccio. Benchè non l'adoperasse mai, James doveva tutte le settimane lucidare la vecchia sella. Così, a furia di strofinarla, si era spelacchiata. E Ramir, ben satollo di fieno maggengo e di avena soffice, calpestava i ciottoli della corte, cacciandosi via le mosche. Io gli portavo zucchero e pane; Ramir, col suo muso bianco, mi sporcava di schiuma le camicette. Quando giungeva il diacono Ralph per impartirmi la sua lezione, sempre udivo il vecchio James dirgli:

—Salga pure, signor diacono; la piccina è su che lo aspetta.

Mi chiamava «la piccina», sebbene già di mezza fronte superassi la sua. Quando si è state piccole nelle braccia di un vecchio uomo, per quest'uomo non si diventa grandi mai.

James, nella corte, faceva interminabili discorsi al furbo Ramir. Questi, ogni tanto, gli metteva il muso contro la spalla. Stando sempre insieme, seguitando a girare così, tutte le mattine, ormai da lunghi anni, erano giunti a somigliarsi un poco, l'uomo ed il cavallo; avevano qualche volta gli stessi movimenti. Tac... tac-tac-tac... e ogni tanto un inciampo.