D'improvviso il diacono Ralph entrava. La sua faccia pallida e fredda non sorrideva mai. Si toglieva il mantello; mi guardava. Anzi mi guardava con attenzione, [pg!279] quasi volesse indovinare se avevo quella mattina l'anima pura. La sua statura un po' troppo alta s'irrigidiva qualche volta vicino alla mia; si fermava, come se in tutte le sue membra, in ogni suo movimento, fosse una specie di pericolo. Poi, d'un tratto, mi diceva quasi con ruvidità:—«Perchè vi siete lavata i capelli?» Oppure:—«Cos'è questo profumo che ora portate?»

Io, con un singolare disagio, non gli rispondevo nemmeno. Però diventavo rossa. Il diacono Ralph aveva due crudeli occhi, troppo virili, troppo accesi di fiamma interiore. Spesso ero costretta, senza una ragione palese, a chinare i miei. Quando mi guardava, io provavo con irritazione la gioia d'esser bella. Fu il primo uomo davanti al quale m'accorsi del peso che avevano i miei capelli splendenti, della forma che aveva il mio corpo giovine.

Quando non sapevo una cosa, egli s'irritava straordinariamente. Diceva:—«Non va! non va!—e si alzava, camminava per la stanza. Era troppo alto; non portava i capelli abbastanza corti, per un prete. Poi mi spiegava lentamente quello che non avevo compreso.

Ma queste sue lezioni diventavano di giorno in giorno più faticose; non per quello che m'insegnava, ma per la sua presenza, per quel che v'era d'innaturale, di assorto, quasi di temibile in lui.

Veniva la mattina, quand'ero da poco levata. I miei capelli brillavano; io lo sentivo; le mie mani profumate, se per caso toccavano la sua veste, vi lasciavano, come ali di farfalla, un po' di cipria.

Qualche volta mi pareva che i suoi occhi si avvincessero alle mie nude caviglie. Di primavera le tre finestre aperte mandavano su a vampate, nei raggi del [pg!280] sole, il profumo nuovo delle violette. Spesso un colpo di vento scompigliava d'improvviso tutte le pagine de' miei libri. Ed io ridevo. Egli no. Egli seguitava a parlare, impassibile, un po' curvato su me. Qualche volta il suo respiro mi toccava le mani. Ciò mi dava noia. Quasi di nascosto le ritraevo. Allora i suoi occhi diventavano scuri. A poco a poco la sua voce mi girava intorno, come si gira intorno ad una preda. Quest'uomo di trentacinque anni, questo mio educatore, questo prete, aveva una faccia consumata, non saprei dire se dal vizio, dall'astinenza o dal dolore; sembrava intelligente: forse non lo era; sembrava un malato, un incatenato, un soggiogatore di uomini costretto a servirli, un distruttore di obbedienze curvato a fatica sotto il giogo dell'umiltà. Non mi parlava quasi mai di religione.

Io non ero più innocente. Avevo già peccato, da me stessa, e pensando all'amore. Quando le mattine erano calde, o molto profumate, e i miei capelli, scuri, biondi, pesavano più del consueto, qualche volta la sua voce, così vicina al mio respiro, mi dava una specie di soffocazione; sentivo la sua presenza pesare su me, come una forza la quale tentasse di coricarmi, e v'eran momenti ne' quali mi toccava rovesciarmi all'indietro, chiudere gli occhi, un po' sopraffatta...

Egli se ne avvedeva. Diventava pallido. Cessava d'improvviso dal parlare. Io pure. Si taceva. Tra quel silenzio sentivo nascere in me stessa il buon odore della mia nudità.

Una mattina—(era quasi l'estate, faceva caldo, le praterie si muovevano, gonfie di profumo e di rumore)—una mattina io stavo scrivendo su quella tavola nuda, ruvida; egli era presso me, contro lo spigolo, e guardando [pg!281] la mia scrittura, con lentezza, con chiarezza mi dettava.

Il sole entrò. A poco a poco invase la tavola. Giunse al mio gomito. Avvolse il mio braccio. S'impadronì della mia spalla. Fasciò la mia nuca. Toccò la mia guancia... Dovetti ritrarmi.