Non è vero. Chiusi gli occhi e piansi.

Ma una sola coltre ci avvolgeva, ed era la prima volta che sentivo il tepore di un altro essere prendere me. Non potevo nemmeno ricordarmi chi era; stavo così bene vicino a lei; tutto il peso de' suoi capelli soffici e caldi mi traboccava su la spalla ingombrata; le sue braccia morbide, impure, avvinte alla mia persona mai da nessuno abbracciata, oscuramente mi facevano sentire il bisogno di coricarmi supina.

Era tardi; faceva un po' freddo; su noi, su la nostra coltre, dormiva un raggio di stelle. Nei vetri più alti, contro il cielo, qualche lontana cima d'albero si muoveva. Nella vasta notte non si udiva neanche un rumore.

Ma io sentivo perdutamente il desiderio di soffocare [pg!283] ne' suoi gonfi capelli la mia bocca innamorata. Il suo respiro mi toccava, mi parlava; era inebbriante come un forte profumo. Le parole sommesse, leggere, pericolose come lenti baci, mi carezzavano la bocca, mi scendevano, senza rumore, fin sull'anima...

—«... Se tu sapessi come non ho voluto, Madlen!... Era più d'un anno che gli dicevo di no, di no... tutte le sere... Ma qualche volta l'ho veduto piangere... E tu non sai com'è triste veder piangere un uomo. Allora, per non partire, per non andarmene via da te, una sera ho chiuso gli occhi, ed ho sentito la sua bocca fredda, la sua bocca pallida... pesare, pesare terribilmente su la mia...»

Forse non l'ascoltavo nemmeno più. Ne' miei sensi traboccava la memoria di altre cose infinite, cose da nulla, pressochè inafferrabili, che nondimeno erano state fra lei e me.

Avevo perduto per sempre il mio cuore di fanciulla. Ed ora, improvvisamente, mi rammentavo certe sue parole, certi suoi movimenti súbito repressi, qualche sua maniera di guardarmi, di toccarmi, di vigilare la mia bellezza nascente, qualche suo riso innaturale, buio, quando scopriva ne' miei occhi di vergine la traccia notturna de' miei primi peccati.

Già da lunghi mesi Odette aveva cominciato a parlarmi di cose d'amore come soltanto si parla fra due vere donne. Talvolta mi fissava, mi fissava lungamente, con le sue ciglia quasi d'oro abbassate su gli occhi splendenti, e mi fissava mutando colore, con un leggero cerchio d'ombra che le scendeva sino agli angoli della bocca.

Giorno e sera noi eravamo insieme; la nostra intimità [pg!284] era maggiore che fra due sorelle. Io mi chiamavo Madlen, ella Odette: i nostri due nomi così lievi erano la cosa più fresca, più ilare, in quella vecchia provincia.

E troppo sovente noi parlavamo d'amore. Anzi, ella ne parlava; io no. Io l'ascoltavo. L'ascoltavo senza batter ciglio, con un senso di profonda e voluttuosa paura. Mi raccontava di avere appartenuto a qualche amante; me lo diceva, le prime volte, con parole imprecise. Ma quella sua voce calda, lenta, che somigliava un poco alla sua maniera di muoversi, mi faceva immaginare le carezze, le complicate carezze ch'ella doveva saper dare ad un amante.