Si vestiva sempre così bene; aveva di sè una cura infinita; i suoi trent'anni parevan meno di venticinque; si vedeva ch'era impossibile, per lei, far a meno dell'amore. Sapeva cucire, cantare; sapeva scegliere i bei libri e tagliare le fine stoffe, dipingersi un po' troppo gli occhi e suonare a memoria Bach; sapeva rendere piena di tentazione la mia vita deserta.

A poco a poco, senza che io me ne avvedessi, ella incominciava con divenire il mio vizio. Fra lei e me nessuna cosa era vietata; potevo entrare nella sua camera, Odette nella mia, quando mi vestivo, quando mi spogliavo, ad ogni momento. Ma io, per non essere indiscreta, prima di entrare nella camera di Odette sempre battevo all'uscio, e non vi andavo se non quando era necessario. Ella no; ella da me veniva senza ragione alcuna, e sempre amava essere con me, nel bagno, nello spogliatoio, in quelle ore d'intimità, quando anche gli occhi d'una sorella possono divenire importuni.

Allora Odette, molto spesso, con l'aria di far quello [pg!285] che faceva quand'ero una bimba, s'impadroniva di me, de' miei capelli, della mia gola bianca e nuda, mi pettinava, m'incipriava tutta la persona, e sul mio corpo nuovo come un fiore lentamente muoveva le sue dita pallide.

Alle volte, mentr'io mi nascondevo sotto i miei capelli, tutta paurosa di me, voleva mi guardassi nello specchio per vedere quanto ero bella.

Sì, bella ero splendidamente, bella e matura per il peccato, così bella che non potevo guardare l'oscurità del mio grembo innocente, il pallore de' miei seni erti, senza pensare alla gioia infinita, che di notte, nel buio, soffocando, ero costretta a prodigarmi...

Talvolta io stessa la trattenevo a sedere su l'orlo del mio letto, finchè mi fossi addormentata. Ciò accadeva sopra tutto quando eravamo sole nel Castello ed il silenzio mi pareva risuonasse di lontani strepiti, fra quelle mura disabitate.

Quando sedeva su l'orlo della mia coltre, Odette, nelle sere dell'inverno, ed i suoi braccialetti, brillando, si premevan nel mio guanciale profumato, noi parlavamo a lungo, sottovoce, di cose veramente colpevoli, o tremando, bocca su bocca, leggevamo qualche storia d'amore.

Presso il mio capezzale stava sempre un vecchio libro di preghiere.

Quando mi aveva raccontato qualcosa di troppo torbido, e sentiva nel tepore della coltre leggermente il mio corpo tremare, allora prendeva quel libro, lo apriva, sempre alla stessa pagina, e senza muoversi, molto piano, con la voce alterata, leggeva una bella preghiera che, mi ricordo, cominciava così:

[pg!286] «Dénoue tes cheveux, Marie Madeleine, ô toi qui as le plus aimé par mi les pécheresses...»