Dall'invetriata ch'era nel fondo le stelle macchiavano il corridoio d'una luce fredda e verde. Non risposi. La vidi andar via rapidamente. Io restai qualche attimo ferma; il cuore mi batteva. Poi, siccome sentivo le mie trecce sciogliersi, andai, camminando su le stelle, a chiudere quella porta spalancata.
Entrai nella mia camera senz'accendere il lume. Nello splendore delle due finestre si vedeva il parco arruffare nel vento le sue mille criniere. Gli abeti si piegavano [pg!288] tutti da una parte come grandi vele buie. Mi appoggiai con la fronte ai vetri, dai quali filtrava una lama di vento, sottile. Guardai l'erba dei prati, che scorreva, come se la traversassero in furia cento ruscelli. Sentivo il peso delle mie trecce pesarmi fin su l'anima. Non ero più io, non conoscevo più me stessa, mi sembrava di attendere un'anima straniera che stesse per entrare in me.
Il campanile, dal borgo invisibile, suonò l'ora. Mi parve di vedere questi larghi rintocchi andarsene per l'aria infuriata come pesanti mantelli gonfi di sonorità. Pensavo alla pallida fronte del diácono Ralph, a' suoi bellissimi occhi freddi come l'argento...
Non era più nel borgo il diácono Ralph. Dov'era il diácono Ralph?...
Mi slacciai la gonna, mi slacciai la camicetta, mi tolsi le forcelle dalle trecce, ad una ad una. Così facendo pensavo alle ragazze che sono tranquille, che non hanno bisogno d'amore, che vanno a letto con un po' di civetteria, ma senza mai sentirsi così male...
Avrei voluto essere come loro; addormentarmi anch'io, tranquilla, con le due mani in croce sul petto, finchè tornasse, la mattina dopo, il sole...
Non mi pettinai; non misi profumo nè cipria; non andai nemmeno a guardarmi nello specchio. Indossai una leggera vestaglia, e per togliere le scarpe, le calze, mi sedetti su l'orlo del letto. Io non pensavo all'amore; pensavo terribilmente a lei, a me...
In quel momento entrò Odette.
Chiusi gli occhi; mi feriva in tutta la carne la gioia più grande, più paurosa, che provai nella vita.
Poi cessò. Mi parve di essere morta. Rimasi lì, ferma, con la mano che più non sapeva togliere la calza; una gamba scoverta la gola nuda... [pg!289] Ella mi disse:—«Non sei ancora svestita?» E venne lì vicino, rovesciò del tutto la calza, me la tolse dal piede. Svestita?... Sì, lo ero. E perchè me lo domandava? Troppo lo ero; quasi non avevo su me che la mia bellezza e la paura di me stessa. Nel chinarsi, anche la sua vestaglia s'aperse. Mi sentii venire contro la faccia, negli occhi, nella bocca, nel respiro, un intenso buon odore di cipria calda e profumata.