Si vedevano i cristiani salire per le duplici scalinate del Tempio, dietro selve di arazzi e di bandiere che seguivano il baldacchino del Vescovo; ed erano gli incisi di tutte le piaghe, i turiferari della umana calamità, il vecchio popolo di Cristo, la sua carne, la sua crocifissa anima, quel che restava in terra del sogno d'un Dio.

E là, nel fuoco della Basilica, l'altare incendiato folgorava come un braciere splendidissimo.

Gli ori antichi, le gemme di tutti i regni della terra, le collane di perle che cinsero il collo delle cattoliche imperatrici, gli anelli dei Cavalieri di Cristo, conquistati nel tesoro di Bisanzio, i rubini rossi come il sangue, gli smeraldi verdi come l'oltremare, le riviere di brillanti che nessuna donna mai possedette:—questo possedeva la pallida Signora di Lourdes, l'Apparsa con un manto azzurro nel sogno della povera pascolatrice.

Ora, nella grande Basilica, si alzava il canto dei pellegrini, [pg!300] e questa voce gonfia di patimento, accesa di folle religiosità, rintronava contro i marmi tempestati di argenti votivi, traendone un fulgore così abbacinante che la luce medesima pareva divenisse un rumore.

Chiese uscite dalle catacombe, nel barlume fumoso delle torce sotterranee, con vescovi primordiali che battezzavano i condannati alle ugne delle fiere, chiese della prima cristianità, considerata come plebaglia da carneficina, ora voi siete palazzi d'argento, con vescovi regali e scintillanti come tiranni asiatici, dai quali non si appressan le labbra se non a cálici di ben cesellato oro massiccio e non si dona il Paradiso a chi non dona, e solo è fatto il nome di Cristo per suggellare opere ch'egli maledisse!...

Povere turbe fanátiche, voi forse eravate ancor le medesime che s'inginocchiaron nelle buie catacombe, iloti perpetui, che opprime la dura potenza delle città sataniche, vecchia famiglia dei carceri mamertini, dei lazzaretti forensi, dei poderi lavorati al paro con le bestie da giogo, poveri brandelli marci della splendente carne umana, tristezza della dolce terra, dolore del mondo...

La chiesa era bella; era tutta un arazzo d'argento, un portico d'oro, un teatro follemente lussuoso della umana povertà, una sala mistica ove le turbe inginocchiate aspettavano la consumazione d'un rito mirabile; un rito nel quale vedrei qualcosa di superumano avvenire, forse il trasmutamento di tutto me stesso in un altro spirito, quello che potrebbe infine prosternare la mia dura fronte contro la fredda pietra e sentire in me nascere la divina bellezza della possessione di Dio.

Forse di là uscirei, acceso io pure dalla demenza [pg!301] dei portatori di fiaccole, servo io pure dell'idolo scintillante, e la mia voce sommessa canterebbe nella grande conclamazione del miracolo, e sarei quel monaco del quale talvolta sorge in me la squallida ombra, e me infine condurrebbe la mia vita di profanatore alla sua perfezione definitiva.

Pensavo:—«Sarò un monaco. Uscirò dal rumore della vita, stanco alfine de' miei giorni dionisiaci, e porterò il capestro dei frati minori.

E tonderò la mia liscia capigliatura, e stringerò nel cordone del saio monástico le snelle mie reni che saziarono il piacere delle gloriose cortigiane. Il piede mio sottile, uso a ben reggersi nelle piccole staffe delle selle di peso leggero, patirà ignudo il gelo dell'inverno, serrato fra le corregge dei sandali d'umiltà. Una squallida barba castana, con qualche filo biondo, contornerà l'inciso pallore del mio volto notturno...»